A parole nostre

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Attenzione, questo articolo contiene (qualche) spoiler!
In questo periodo si parla molto del film Joker, chi dice che sia un film bellissimo e chi sostiene che sia pessimo, noi di Servizi in Zona abbiamo voluto indagare, e usarlo come pretesto, per sollevare delle domande sul disagio psicologico e sulla malattia mentale che il film stesso ci ha posto.
Abbiamo intervistato il Dott. Davide Garau, Psicologo e Psicoterapeuta, nostro associato e amante dei fumetti.
Questa intervista nasce con l'intento di approfondire una tematica che ci riguarda da vicino.
 

Tu che sei uno psicologo e amante dei fumetti ci puoi spiegare chi è la figura del Joker?  

Joker è la nemesi di Batman, cioè il suo principale e più importante avversario.

Per capire quanto sia rilevante la sua figura, all'interno del panorama fumettistico, pensate che Joker ha fatto il suo esordio nel primissimo numero della collana Batman (uscito il 25 Aprile del 1940) e, negli anni, ha mantenuto il suo ruolo di spina nel fianco del Cavaliere Oscuro, pur andando incontro a numerosi cambiamenti, soprattutto riguardo le sue origini.

Joker, infatti, è stato rappresentato, da diversi autori e registi in diversi periodi storici, prima come un buffo criminale con un bizzarro senso dell'umorismo e gadget clowneschi (come nella serie TV degli anni '60, interpretato da Cesar Romero), poi come un sadico psicopatico e assassino (come visto nel Batman di Tim Burton, interpretato da Jack Nicholson, o nel più recente  Suicide Squad, con Jared Leto) e anche come l'incarnazione del caos e della ribellione distruttiva ed insensata (il Joker di Heath Ledger in The Dark Knight di Christopher Nolan).

Questa molteplicità di caratterizzazioni e di origini è, a mio parere, il tratto distintivo del personaggio:

Joker spaventa perché non ha uno scopo per quello che fa ("sono come un cane che abbaia e corre dietro alle macchine, se le raggiungessi non saprei che farmene!") e soprattutto perché non ha un'identità definita (recentemente è stata ventilata l'ipotesi che non esista un solo Joker, ma tre individui differenti, che ricoprono il ruolo a turno, il che spiegherebbe il suo oscillare tra lo scherzo innocuo e l'omicidio di massa).

È evidente che nel film Joker, di Todd Phillips (ispirato alla versione del personaggio creata da Alan Moore in The Killing Joke), sia stata fatta una scelta diversa, dando a Joker un nome e un cognome ben definiti: Arthur Fleck.    

La figura del Joker è senza identità, letto in questa chiave il personaggio ha un simbolo forte e coglie un punto importante sul quale riflettere: pensi che alla base della malattia mentale ci sia una fragilità dell'identità? 

Malattia mentale è un termine che mi ha sempre convinto poco e credo che non sia corretto usarlo per indicare o spiegare questioni legate all'identità, viste anche le nuove disposizioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità riguardo, per esempio, al tema della Disforia di Genere.

Io preferisco parlare di disagio psicologico e di come questo si possa intrecciare alla tematica della formazione e definizione dell'identità personale all'interno della società, intesa come quell'insieme di caratteristiche che rendono l'individuo unico ed inconfondibile.

Premettendo che nel film Joker, il protagonista pare soffrire anche di un disturbo neurologico organico (dovuto ad una lesione cerebrale sostenuta durante l'infanzia), il suo fortissimo e angosciante malessere psichico mi sembra essere la combinazione di molteplici fattori: familiari, relazionali, medici e sociali.

Come sempre, non esiste una correlazione univoca e rigida tipo causa effetto: a formare l'identità di ognuno di noi concorrono una miriade di agenti, interni ed esterni; diciamo che la vita non è stata proprio generosa con Arthur Fleck.   

Il personaggio vive in un ambiente deprivato, povero, collezionando fallimenti lavorativi e avvolto da un marcato disagio sociale: esiste una relazione con il disagio psicologico? 

Come ho accennato nella risposta precedente, diversi fattori concorrono alla definizione e formazione della nostra identità individuale.

Fra questi, i fattori sociali ricoprono un ruolo importante, dato che la prima fase importante del processo identitario è quella dell'identificazione:  il soggetto si rivolge alle figure che sente simili a sé e con le quali condivide alcune caratteristiche, facendo esperienza del senso di appartenenza a qualcosa di più grande di lui, il noi.

Pensiamo a quanto sia stata grande questa frattura per Arthur Fleck, nella Gotham City descritta da Phillips: una metropoli rigidamente divisa tra ricchi e poveri, privilegiati e disperati, vittime e carnefici, sani e malati (basti vedere lo stridore tra il lusso di Casa Wayne e lo squallore dell'appartamento di Arthur).

Un ambiente sociale del genere, così cinico e polarizzato, può certamente contribuire all'insorgere e alla diffusione del disagio prima sociale e poi, in termini individuali, psichico.  

Il Joker va dalla terapeuta, racconta di sé e porta i suoi quaderni, solo che ad un certo punto è costretto ad interrompere per mancanza di fondi. Sicuramente il regista vuole denunciare i tagli che vengono fatti alla sanità  (30 milioni di americani che non hanno l’assicurazione sanitaria) quando si tratta di lavoro psicologico, ma a uno sguardo più approfondito sembra essere una terapia fallimentare (come sosterrà anche il protagonista), disconfermando in parte la sua denuncia. Ci puoi dire come interpreti questa scena? 

Avendo lavorato anche nel Pubblico, ho avuto esperienza in prima persona delle difficoltà che gli operatori hanno nel fornire un servizio di sostegno ed aiuto adeguato, barcamenandosi tra fondi quantomeno ridotti e contesti difficili.

Credo sia fuor di dubbio che Todd Phillips abbia voluto porre l'accento sulle condizioni pessime del sistema sanitario pubblico negli Stati Uniti e sulla mancanza di un vero e proprio Stato Sociale, così come su un sistema economico capace solo di acuire le differenze tra gli stati della società.

Per quanto mi riguarda, come psicoterapeuta, la scena di cui mi chiedi è molto importante, perché mi permette di riflettere e di confrontarmi con l'idea, da noi professionisti temuta, che il nostro intervento possa risultare inefficace.

Tutti abbiamo il sogno di riuscire sempre ad aiutare chiunque si rivolga a noi ma, purtroppo, prima o poi ci dobbiamo scontrare con l'idea  del fallimento.

Non esiste un terapeuta "buono per tutte le stagioni": è nostro dovere anche riconoscere quando non siamo in grado di aiutare realmente qualcuno.

Tornando al film, quanto la presenza di questa "terapia fallimentare" disconfermi l'idea di fondo di un sistema socio-economico spietato ed ingiusto alla base del disagio psichico, non credo di essere d'accordo: ritorna il punto che ho espresso precedentemente e cioè che alla determinazione di una  condizione psico-sociale concorrono molteplici elementi.  

La rivolta sociale contro i poteri forti prende la faccia del Joker, che in tutto il film ci è stato detto che è matto: cosa vuole dirci il regista? 

La scena finale del film, con Joker che balla circondato dalla rivolta e da una Gotham in fiamme, mi ha fatto tornare in mente un concetto di anomia, espresso da uno dei padri della Sociologia, Robert K. Merton.

Per Merton, l'anomia (derivata dai lavori di Émile Durkheim) si realizza quando esiste uno scompenso tra scopi esistenziali propugnati dalla cultura di un determinato sistema sociale e mezzi legittimi per raggiungerli.

Pensiamo alla Gotham City che abbiamo visto sullo schermo e che è il simbolo estremo della degenerazione del sistema capitalistico occidentale: da un lato troviamo un'élite ricca, colta, fredda che detta la linea dall'alto dei suoi palazzi dorati, dall'altro una massa informe ed anonima di disperati, a cui comunque la società, attraverso i mezzi di comunicazione di massa (in primis la TV), impone gli stessi - irraggiungibili - obiettivi di successo e auto-affermazione.

Il risultato è, secondo gli studi di Merton, la creazione di vari tipi di devianza e, in ultima analisi, la disgregazione sociale.

Joker è, anche involontariamente, il simbolo di questa contraddizione, ma non è sicuramente né un campione della rivolta né un propugnatore di rivendicazioni sociali: è tutto e niente, è solamente "qualcuno che vuole semplicemente vedere il mondo bruciare". 

 

Davide Garau è uno psicologo e psicoterapeuta specializzato in Terapia Familiare. Il suo approccio è quello sistemico-relazionale, che considera i sintomi e il disagio di una persona come il risultato di un complesso intreccio tra esperienza soggettiva, qualità delle relazioni interpersonali e capacità di autovalutazione della propria situazione. Offre terapie e consulenze inidividuali, di coppia e familiari. https://www.psicoterapia-firenze.it/

immagine dal web

 

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