A parole nostre

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Quarta Tappa del progetto Corto Piaggese

 "Mi piace definirmi una persona Romantica.

Essere romantico per me significa trovare una soluzione diversa"

 

C’è un mare giallo di erba incolta, circonda i parcheggi e i rivoli di asfalto, tutto intorno alle sonnecchiose Navi de Le Piagge.

In mezzo a questo mare giallo sorge un’Isola.

Tra ciuffi ribelli che non vogliono stare al loro posto e maghi dello skate io non faccio skate, faccio overboard, ci reguardisce K., 7 anni, ci addentriamo all’interno del Centro Giovani del Quartiere 5, interrompendo una partita di calcino all’ultimo sangue:

O’ icché è tutta hesta jente strana?, ci da il benvenuto, a modo suo, Erjan.

Diversi strati di pitture e iscrizioni su pareti imbiancate e ritinteggiate mille volte, come gli anelli che rivelano l’età di un tronco tagliato, testimoniano la memoria storica dei messaggi nella bottiglia lasciati anno dopo anno, dagli adolescenti che si sono avvicendati tra queste mura.

A fare gli onori di casa è uno dei volti storici de L’Isola, Gabriele, parte del team del Centro fin dai suoi albori:

Il Centro giovani nasce nel 2003, dalla volontà dell’amministrazione pubblica di rispondere attivamente alle esigenze degli abitanti de Le Piagge, tornando a far sentire la presenza delle istituzioni nel quartiere. Al fianco della ludoteca La Prua e del bar sociale L’Approdo, L’Isola costituisce un arcipelago di servizi rivolti a fasce d’età diverse, che integrandosi l’uno con l’altro intendono offrire una continuità di riferimento ai minori e alle loro famiglie, puntando prima di tutto sull’attivazione di relazioni e sul coinvolgimento dei cittadini nella co-progettazione delle attività.

Facciamo un giro nei locali della struttura accompagnati da Francis, uno degli educatori di più recente acquisizione. Ci mostra la Stanza Cinema, dove si proiettano film, stimolando la discussione tra i ragazzi; l’Area Relax, una saletta di lettura con divanetti stipati di fumetti e riviste; la Stanza della Musica, una vera e propria sala prove dove i ragazzi possono imparare a suonare, cantare e produrre musica. Da più di dieci anni è attivo un laboratorio musicale in cui, ogni giovedì,

Claudio assiste i ragazzi in sala registrazione, aiutandoli ad incidere pezzi o a comporre le loro basi al computer:

La cosa più gratificante è che non rimane tutto qua dentro. Ogni anno i ragazzi registrano un cd che rappresenta un po’ il Greatest Hits dei gruppi de Le Piagge. Alcuni incidono pezzi originali, qualcuno, più inesperto, interpreta delle cover. Ma tutti hanno la possibilità di portare i loro lavori là fuori. Grazie al collegamento con il territorio, abbiamo la possibilità di organizzare degli eventi in cui i ragazzi sono protagonisti: abbiamo degli appuntamenti fissi in collaborazione con il Viper Theatre, con Dammi il 5 e Piagge Town, e poi ogni estate organizziamo Piagge Wave, un vero e proprio festival del quartiere per il quartiere, con giochi per tutti, al pomeriggio, e uno spettacolo musicale, alle 21. Prima si faceva all’anfiteatro, nella “buca”, ora si fa qui fuori, perché è più bello.

Per avere la conferma di quanto i ragazzi siano i reali protagonisti di ogni attività che anima L’Isola, basta fare un giro nei corridoi della struttura. Dappertutto, infatti, campeggiano le foto delle decine di ragazzi e ragazze che sono passati di qui, andando a realizzare una specie di grande album Panini della storia dei giovani del quartiere.

Ci sediamo a parlare con alcuni degli attuali frequentatori del Centro, nella sala principale, tra le postazioni internet e i tavolini, spazio di socializzazione dove i ragazzi si ritrovano in maniera più libera, ma anche un luogo dove possono trovare risorse preziose:

I ragazzi si ritrovano qui, fanno varie attività, giocano, si confrontano tra di loro, si confrontano con noi. Poi con il tempo cominciano a chiederci pareri, con il tempo cominciano a chiederci una mano. Dicono: “Guarda, ho lasciato la scuola, ci sarebbe qualcosa?”. Allora li viene proposta un’alternativa, viene proposto un corso di formazione, li aiutiamo a fare un curriculum, a cercare lavoro. Per me questo posto è una possibilità in più per il ragazzo per tirare fuori il meglio che può fare. Perché noi, comunque sia, gli diamo determinati input. Il lavoro grosso, però, il passo lo fanno loro.

corto piaggese adolescenti

Da dove vieni, Brandon?

Sono di Roma, infatti con quei colori li – indica il murale alle sue spalle - hai completamente centrato il bersaglio. Giallo e rosso. …“Giallo come il sole, rosso come il cuore mio”… “Er core mio!” – tiene a puntualizzare.

Sono alle Piagge da 2 anni. All’Isola mi trovo veramente bene, qui passo i momenti più belli. Ci sono gli amici, e ci sono operatori meravigliosi, che davvero ti aiutano a fare tante cose. Sono venuto qua perché, venendo da fuori, sentivo il bisogno di una mano per introdurmi nel quartiere.

L’impatto col quartiere è stato, direi, un momento magico. Sono cresciuto in borgata, a Tor Bella Monaca, di quelle che hanno una certa fama, se ne senti parlare, di solito, è per episodi non belli. Là, ho vissuto veramente momenti che preferisco lasciare nel passato. Ecco, prima di arrivare alle Piagge avevo sentito parlare del quartiere in termini simili. Mi aspettavo una periferia di quelle in cui non succede mai niente, abitata da gente “scorbutica”. Invece ho trovato un quartiere serio, con tante iniziative. I ragazzi che ci sono qua, in molti casi, hanno vissuto anche loro una vita un po’ difficile, e questo sotto certi aspetti facilita le cose. Trovare altre persone che hanno vissuto esperienze forti, in qualche modo, fa sì che è più facile sentirsi capiti, riuscire a condividere le proprie esperienze.

Che cosa ti da, l’Isola?

Amo stare qui all’Isola perché ritrovo una parte di me stesso. Per esempio, a me piace molto cantare. Mi piace definirmi una persona romantica. Essere romantico per me significa trovare una soluzione diversa. I sentimenti, l’amore, l’arte, sono tutte cose che nella vita mi hanno aiutato a stare a galla nonostante le difficoltà, e che con il tempo mi hanno permesso anche ad affrontare il mio passato.

Quando ero piccolo mi piaceva disegnare. Mi piaceva scrivere poesie. Poi però sono arrivate le mancanze. A scuola non avevo un buon rapporto con i compagni, essendo di carnagione scura venivo escluso.

In compenso, la mia sensibilità mi faceva essere apprezzato dalle ragazze - ride -.

Ad un certo punto ho perso mio padre, col quale ero molto legato. Allora ho lasciato la scuola. Dopo la terza media ho iniziato a darmi da fare, qualche lavoretto qua e là, prima come giardiniere, poi come installatore di infissi, come fattorino, e poi nella ristorazione: in cucina e in sala, ho fatto un po’ di tutto. Da cosa nasce cosa, e da Roma mi sono ritrovato qui, a Le Piagge. E qui in qualche modo ho potuto ricominciare, certo, lasciare alle spalle il passato. Le esperienze difficili, dure, fanno seccare tutto. Il dolore fa evaporare le cose belle, l’arte, la poesia.

Tutto sparito.

Non c’era più spazio per nulla.

Qui ho potuto rientrare in contatto con queste cose. Adesso sono senza contratto, ma spero di ripartire presto. Stando fermo o lavoricchiando, tra una pausa e l’altra, l’Isola c’è sempre stata, e io so che posso venire qua e sentirmi a casa.

La mia rabbia la sfogo cantando, è il modo migliore positivo di tirare fuori la voglia di rivalsa, piuttosto che prendersela con il mondo perché le cose non vanno come vorresti.

Chiediamo a Mustafa e Miky, due ragazzi del quartiere, che cos’è per loro L’Isola.

Qui la maggior parte delle attività sono autogestite. Questo è positivo perché ci permette di fare ciò che vogliamo, non ci viene imposto nulla. Allo stesso tempo ci permette di avere responsabilità di quello che facciamo. Rappresenta un luogo di incontro. Siamo un gruppo di amici. Magari non usciamo abitualmente insieme, ognuno ha la sua vita. Ma questo è un luogo di incontro dove ci si trova e dove si torna.

Qual è una cosa più bella di questo quartiere?

Una cosa che mi piace è che qui siamo di diverse nazionalità, diverse etnie. Questo fa sì che c’è sempre uno scambio, dal quale possiamo tutti imparare molto dagli altri. Questo secondo me è una cosa che ci fa bene.

Poi, da fuori Le Piagge fanno un po’ soggezione. Vengono viste come un quartiere cupo, di degrado, di disagio sociale. Ma non sono solo questo. Quando ci entri dentro trovi qualcos’altro. Inizi a vedere che è tutto aperto, capisci che è casa tua, dove hai la tua famiglia, i tuoi amici. Più che entri dentro al quartiere e più ti scaldi.

Le Piagge sono anche un luogo dove essere spensierato, essere tranquillo. Dove c’è la zona del campino, per dire, ci sono le collinette, gli alberi. Sembra di essere in un luogo di campagna, un luogo dove c’è serenità. Oltre il campino, dove si gioca, ti puoi sdraiare sull’erba, ti puoi sentire in pace. Un luogo di spensieratezza. A me piacciono Le Piagge, perché ti trasmettono queste due facce: una faccia, diciamo così, molto dinamica, irruenta, e un'altra tranquilla, spensierata.

Una cosa di cui senti la mancanza in questo quartiere?

Una cosa che manca sono i luoghi di aggregazione. A Le Piagge non c’è nemmeno una piazza. C’è la Coop, ma è una piazza che di solito alle 21:30 chiude. Se devo uscire, la sera, esco a Firenze non a Le Piagge. C’è il Viper, sì. Quando viene qualche ospite famoso, è un evento che richiama curiosità. Inizi a vedere la fila dalle 5, per fare due foto o firmare autografi sui cd. Però il target del locale è quello dei trentenni, fanno le serate anni ’80-’90. Noi siamo di un’altra generazione.

La mia prof. di matematica andava al Viper, per farti capire.

Adesso, so che stanno costruendo dei palazzetti, che sicuramente saranno bellissimi e funzionali. Ma se si deve pagare per andare in palestra, per andare a giocare a pallone, allora saranno sempre strutture per pochi. E andrà a finire come quando il campino da calcio, qua dietro, era diventato inagibile: che tanti ragazzi rischieranno di prendere una denuncia perché scavalcano il cancello della scuola media, pur di poter giocare nel campetto che c’è, anche se appartiene alla scuola.

Cosa ti piacerebbe trovare nel murale che andremo a fare?

Camminare in un quartiere e vedere i muri con i colori sparaflashati, le scritte da videoclip hop pop, sa veramente di Bronx, di stereotipo della periferia.

È un po’ troppo facile così.

Secondo me Le Piagge non sono un posto che deve essere etichettato, omologato come periferia.

È come interpretare sempre lo stesso personaggio.

È una cosa impersonale. Invece qui c’è un’identità forte, qualcosa di diverso da quello che si è già visto e che sembra tutto uguale, in tutto il mondo. A me mi garberebbe vedere un murales che i ragazzi possano riconoscere e dire: porca miseria, guarda che figo. E allo stesso tempo magari fa partire qualcosa, un’ispirazione, che ti faccia riflettere.

Un colore che non può mancare nel murale?

A me viene in mente il colore del campino. Rosso boerdeaux. È stato il primo campino a Firenze che aveva questo colore. È qualcosa di particolare. Lo riconosci subito. Tu lo vedi e pensi a Le Piagge.

Dici: questo non è uno dei tanti campini che si trovano a giro per la città, questo è il campino de Le Piagge. Questo colore, ti fa sentire nel tuo posto.

Chiediamo a Francis, che a Le Piagge ci lavora, un punto di vista sul quartiere

Il punto di forza, secondo me, è la presenza di tanti ragazzi. Vengono da famiglie diverse, posti diverse, hanno storie e culture diverse. In questo luogo hanno l’occasione di confrontarsi, la possibilità di essere amici. Questa varietà è una ricchezza che non è facile trovare dappertutto, Le Piagge sono una finestra sul mondo, tipo internet.

Ti confronti, ti aggiorni, sei costretto a metterti alla prova. Qui si cresce. Il tipo di esperienze e la ricchezza delle esperienze, qui, è tale che ti fa crescere, e prendere consapevolezza di tante cose. La cosa negativa, invece, è senz’altro la dispersione scolastica.

Troppi ragazzi abbandonano gli studi, troppo presto. C’è la sensazione che la scuola sia sempre un pianeta lontano, con un altro linguaggio, incapace di comprendere e accogliere le difficoltà e la problematicità di questi ragazzi. I ragazzi si trovano tra l’incudine e il martello.

Da una parte un’istituzione che va per la sua strada, e sembra dire: c’è un programma. Il ragazzo non ce la fa? Pace, si va avanti e si lascia indietro.

Dall’altra alcune famiglie che non sono minimamente motivate e neppure in grado di essere di aiuto ai ragazzi, per avere un rapporto migliore con la vita scolastica, e che magari spesso sono convinte che la scuola serva al giusto, e che, anzi, sia meglio togliersela di mezzo il prima possibile, per andare a lavorare.

C’è una caratteristica del quartiere che secondo te meriterebbe di essere rappresentata nel murale?

A me viene in mente questo: guardare più in profondità. Ad esempio, se io arrivassi adesso a Le Piagge, vedo lui e penso: hip pop, canta, fuma.

Tiro fuori le etichette, capito?

Invece no, lo conosco, e mi rendo conto che è vestito così, sì, però è un grande sportivo, un ragazzo che si impegna per lavorare, un ragazzo che c’ha delle qualità. Poi, incontro lui, grosso, sull’autobus e dico: boh, secondo me questo mi tira anche un cartone, sicuro. Invece poi è romantico, la persona più dolce che conosco.

Vivere questo quartiere ti insegna a guardare più in profondità dietro alla scorza. Se togli la prima impressione che vedi da fuori, se scarti l’involucro, la superficie, dentro poi c’è la sorpresa.

corto piaggese non cè lido più lontano di quello dove non s approda

 

Chiediamo a Marilena, un’altra delle educatrici di lungo corso dell’Isola, che cosa c’è in questo quartiere che merita di essere fatto vedere?

Anzitutto mi vengono mente delle parole: Vitalità, Energia… Questo quartiere è una pentola che bolle, che conserva tanta energia. Poi l’energia può essere usata bene o usata male, però senza dubbio è una risorsa, perché è variegata, è mista. Per questo, per come la vedo io, dovrebbe essere un’immagine molto dinamica.

Quel dinamismo che è energia pura, ma anche esplosiva. Nel senso che può essere anche, come dire, “maneggia con cura”. Immagino colori forti. Primari e forti. Blu. Rosso. Giallo. Qui non ci sono mezze misure, colori forti. Una linea… non lineare.

È energia che se canalizzata nel modo giusto, non può che essere innovativa ed efficace.

E quindi il risultato di questi ingredienti basilari, è esplosivo e bello.

È cambiamento. Si sa, quando c’è il cambiamento, potresti anche farti male. Si cresce così, no? Questo è tipico delle piagge: la partecipazione, sguaiata. “Ora si fa silenzio, eh?” “Sì sì”. Un minuto dopo: “ETTCIÙÙ!”. È così. Poi gli dici: “Oh, dai, vuoi dire qualcosa anche te?” “No no..”. Però sta li, ascolta, sembra faccia finta di nulla. E poi in un orecchio ti risponde a tutte le domande. Prima, sentivo, a Brandon gli hai chiesto: “Che cosa ci metteresti de Le Piagge nelle tue canzoni?

Accanto a me c’era E., che sta in disparte, non vuole parlare. Gli chiedo sottovoce: “Te invece cosa racconteresti?” mi risponde: “Io? Cosa racconterei? Io racconterei quello che faccio tutti i giorni. È un’avventura da raccontare già così”. Anche perché, alla fine dei conti, comunque è un quartiere sfacciato, le cose, vai tranquillo, te le dice. Se una cosa non funziona, ti dice “fa cacare”, c’è poco da fare.

Ma è un modo anche questo per sensibilizzare le persone, per responsabilizzarle. Il bello di questo posto, l’Isola, è proprio questo: l’autonomia. Io so che qui non vengo solo in un posto dove qualcuno, l’operatore in questo caso, mi dice: ora puoi fare questo, ora fai quest’altro. Io so che, quando vengo qui, sono in un posto dove sono protagonista.

Vengo responsabilizzato a fare le cose, proponendo le mie, vivendole come me le sento io. A quel punto poi ci sono oneri e onori. Dopo ho anche il dovere di prendermene cura, di farle per bene. Questo è lo strumento più efficace, che chi lavora qui ha a disposizione per poi andare, in qualche modo, a fare un lavoro sul resto. Quindi, c’è l’aspetto ludico, ma c’è poi anche metterti davanti ad una riflessione più profonda, anche se di questo loro magari se ne rendono conto solo dopo. C’è anche chi viene in questo posto con il desiderio di fare casino, di rompere le cose.

Allora uno ci lavora, c’è tutto un lavoro per portare questa spinta in un campo da calcio, in una base musicale, collocarla in un evento, dove diventa energia positiva.

È una fatica, ma piena di soddisfazioni.

Se no che ci sta a fare, un’isola in mezzo al mare?

 

*immagini di @chepics

 

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