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Raccontaci la tua storia

Servizi in Zona narra le storie dei ragazzi del Centro Diurno Il Faro

illustrazione in copertina di Miles Eri

 

miles eri illustra le storie di servizi in zona scandicci

 

Sono Francesca. Andare a scuola per me non è stata una bella esperienza. Andavo dalle suore. Per esempio a me non piacevano le patate lesse, però le dovevo mangiare per forza. Piangevo, perché mi spingevano la testa nel piatto, finché non le mangiavo. Io di questa cosa ne ho parlato anche a casa, che il mangiare non mi piaceva. Alla fine poi sono andata in un’altra scuola. Li, invece, mi trovavo bene.

Ho iniziato a lavorare nel 1989. Allora, lavoravo in un calzaturificio. C’erano sempre un sacco di cose da fare: c’era da masticiare, c’era da lavorare con la macchina...Però non mi piaceva tanto. Si stava sempre al chiuso, e non si poteva parlare con nessuno. E poi ero allergica al mastice, quando tornavo a casa avevo le mani sempre piene di bolle così!
Poi ho cominciato a fare la cameriera al ristorante. Bisognava essere svelte, al ristorante, e si faceva sempre un po’ tardi la sera. Però si stava con le persone. A me piace stare con le persone.

Ora mi piacerebbe lavorare in un albergo, perché da li passano tante persone. Infatti vorrei fare uno di questi corsi gratuiti che fa la Regione. Un corso per lavorare in albergo, oppure un corso di Inglese. Secondo te per lavorare in albergo che cosa mi conviene fare? Un corso di inglese o un corso alberghiero?

Comunque le patate ora le mangio.

francesca storia

 * * * *

Io sono Kalifa. Servo i pasti alla mensa della Misericordia. Prima lavoravo a Sesto Fiorentino, in una lavanderia. I colleghi dicevano: Kalifa, ti facciamo piegare i vestiti, oppure ti facciamo cancellare il codice a barre ai calzini. Io allora facevo questo. Però non andava tanto bene, perché tutte le volte che trovavo un paio di calzini bucati io li piegavo lo stesso. Invece quelli rotti dovevo buttarli via .

Un giorno l’educatrice mi ha detto di provare ad andare a Il Faro. Ha parlato con Romina e gli ha detto che il lavoro alla lavanderia non andava bene per me. Allora io venivo qui e parlavo con Romina. Le ho detto che in lavanderia le cose non andavano troppo bene. Allora abbiamo ricominciato da capo.

Ho cominciato a venire qui tutta la settimana. Tutti i giorni si faceva una cosa diversa. Alla fine mi hanno preso a lavorare alla mensa.

Della mensa alla misericordia mi piace che, prima di tutto, quando entro la mattina delle volte mi vedono arrabbiato, altre volte tranquillo, e li tengono conto quando mi sento in un modo o in un altro. Quando mi vedono arrabbiato vuol dire che sono arrabbiato con i miei genitori, magari, o per conto mio. Alla mensa dove lavoro ci vanno i poveri. Ci sono persone con difficoltà. Allora io servo i piatti, poi faccio la lavastoviglie, poi sistema la sala.

Quello che non mi piace invece è può capitare che a mangiare vengono le persone agitate. Le persone che arrivano e dicono: Kalifa, lasciami perdere perché son nervoso. Oppure: Kalifa abbracciami perché sono tranquillo. Quando li vedo entrare non so mai se li posso abbracciare.

 kalifa storia narrazione serviziinzona

* * * *

Io sono Aisha. Lavoro alla Caritas. Mi capita di stare a contatto con ragazzi che hanno problemi: quelli del Poderaccio, senza tetto... Distribuisco generi alimentari. Una mia collega era antipatica. Ti riprendeva sempre… a me diceva: te sei di coccio. Poi, dopo un po’ siamo diventate amiche…  ho capito che lei faceva così perché è un po’ zitella. Allora io non me la prendevo, gli ho fatto un regalino. Abbiamo cominciato a parlare della casa, della spesa, dei problemi di soldi e di come si fa ad andare avanti. Parlare delle cose nostre fa diventare amici.

Prima di andare alla Caritas ho lavorato anche in altre mense, alla Pignone, per esempio. Poi mi sono rimessa a studiare.

Quando ero ragazzina vivevo a Bergamo e facevo il liceo d’arte. Poi con mia mamma siamo dovute venire via, e siamo venute qui a Firenze. Allora ho finito la scuola d’arte qui a Firenze.

A me è sempre piaciuto disegnare. Fin da piccola. Guardavo i cartoni animati e li volevo disegnare anche io. Allora disegnavo i fumetti.

Infatti poi da grande ho ricominciato, e mi sono iscritta all’Accademia delle Belle Arti. All’accademia facevo prospettiva, architettura, lavoravo con i gessi… e disegnavo. Scultura, figura e ornato erano le cose che mi piacevano di più. Mi piaceva usare il carboncino, usare i colori. Di solito facevo le nature morte: con le bottiglie,la frutta...come veniva.

Rispetto al liceo artistico all’Accademia disegnare era diverso. Ti lasciavano più libera: tu sceglievi di fare quello che ti pareva. Io facevo i ritratti di persone che vedevo per strada.

Cercavo un volto.

Quando mi sono presa la depressione facevo visi che sembravano mostri. Disegnavo solo mostri. E allora non mi piaceva più. Allora ho preso una pausa.
Dopo un po’ mi sono appassionata al cinema. Ho letto dei libri. Mi piaceva molto Kubrick. Il primo film suo che ho visto è stato Arancia meccanica.

Mi chiedevo, come va a finire? Mi colpiva il fatto che non si sapeva come finiva: esce o no dalla malattia?

Allora ho visto altri film di Kubrick. Poi sono passata alle commedie: Chaplin. Mi piaceva perché faceva cose fantasmagoriche.

In quel periodo mia mamma si era rimessa a studiare. Faceva Scienze dell’Educazione. A lei faceva bene, allora ho pensato che potesse fare bene anche a me. Così mi sono iscritta a Scienze dell’educazione anche io. Ho pensato, che se fai Scienze dell’Educazione poi ti psicanalizzi da solo.

Ora continuo a studiare, anche se lo faccio lentamente perché con il lavoro e tutto il resto non riesco sempre a dare gli esami. Ma piano piano spero di finire. Vorrei lavorare in un centro diurno.

aisha storia

* * * *

Io sono Giulia. Ho 22 anni e ho fatto l’alberghiero. Per qualche anno ho lavorato in un ristorante di lusso. La cosa più bella di lavorare in un posto come quello sono le sale. Ogni stanza ha un nome di una città, è tutta arredata bene, l’arredamento è bellissimo. La sera è romantica, perché ci sono le luci basse e la musica. Coi colleghi si andava d’accordo, si scherzava, ci si aiutava a vicenda. Per fare la cameriera in un posto così bisogna essere abituati a correre. Io portavo cinque, dieci piatti alla volta. A fine giornata, anche se è stata un giornata da panico, poi alla fine si scherza tutti insieme.

Ora però, non lavoro più li. Un giorno ho fatto un casino. E così sono dovuta andare via. Forse le cose sono andate male perché a un certo punto mi ero stufata del fatto che non mi facevano stare in cucina, che è quello per cui ho studiato, ma mi facevano fare solo la sala.

Dopo che ho lasciato il ristorante ho fatto il Servizio civile, con gli anziani. La cosa bella di lavorare con gli anziani è che hanno sempre qualcosa da raccontare. Ti raccontano il passato, la loro vita, quello che hanno fatto. Ti emozioni quando ascolti la loro storia. Loro ci mettono tutti i loro sentimenti, quando la raccontano, e te le puoi sentire le loro emozioni.

Dopo un anno, quando è finito il Servizio civile, infatti, ho continuato a fare volontariato, al Gignoro, in un Centro diurno per anziani. Quando stai sempre a contatto con loro, senti la tenerezza, quando ti toccano, quando ti raccontano come erano alla tua età. Si ride e si scherza. E tu ci ridi su, anche quando incespicano, tipo quando ripetono le stesse cose tante volte. Ma loro, invece, ci rimangono male perché si rendono conto che perdono colpi, che stanno peggiorando, perché sanno che quello è l’Alzheimer.

La cosa più bella, in questo lavoro è che ti fanno sentire che sei importante per loro. La cosa più brutta è che purtroppo queste persone muoiono. Muoiono spesso. E te ci rimani male.

Io sono cresciuta da sola, senza famiglia. E ho sempre dovuto fare tutto da sola. Da quando avevo otto anni sono entrata in comunità. Ora però non ho più l’età per poter rimanere. Così ho cominciato un percorso di autonomia abitativa, con altri ragazzi. All’inizio le cose andavano bene. Però poi ho cominciato a fare casino. Mi comportavo male, non rispettavo le regole, non facevo le cose che dovevo fare perché pensavo, tanto le fanno gli altri.

E allora sono tornata di nuovo in comunità. Perché voglio continuare ad imparare. Mi hanno dato una seconda possibilità.

In comunità si imparano un sacco di cose. A volte le suore, gli educatori, sembrano cattivi, perché ti rimproverano, perché ti riprendono tutte le volte che non fai le cose come devono essere fatte. Ma lo fanno per insegnarti, e per proteggerti. Perché devi essere preparata quando hai a che fare con le persone che ci sono fuori, e che, invece, possono trattarti male per altri motivi.

In comunità mi hanno insegnato ad avere testa quando fai le cose, a parlare per difendermi invece di usare le mani, ad imparare ad accettare le persone come sono. Perché quando subisci il bullismo, per dire, il rischio è che prima ti chiudi a riccio, e poi finisci per fare lo stesso anche te, con qualcun’altro.

Con gli anziani, per me aprirmi è più facile. Con loro riesco ad aprirmi e fidarmi.

Se penso a quando ho fatto l’autonomia abitativa, anche se le cose non sono andate a finire bene, ho tanti ricordi belli. Ho imparato a fare molte cose da sola: lavare, pulire, cucinare, fare la spesa, fare il budget della spesa, rispettare le regole.  

Anche i ragazzi che vivevano con me mi hanno insegnato delle cose. Mi volevano bene. Da loro ho imparato che anche quando ero in difficoltà, ero comunque capace di essere di aiuto. Per esempio ho aiutato un ragazzo a non arrivare alle mani.

Un’altra cosa che mi hanno insegnato è fare le cose con passione e con impegno. Per esempio ci tenevano a farmi passare il cattivo umore. C’era sempre uno pronto a chiedermi come stavo e a parlare con me.

È strano, in comunità siano tanti, ma ci si conosce meno: per buona parte del tempo siamo divisi, e ci si vede solo la sera. A casa, invece siamo pochi, ma ci si conosce di più, si passa più tempo insieme.

Però a un certo punto ho smesso di impegnarmi. Non so perché. Non ci pensavo.

Però dagli sbagli si impara. E sento che vorrei tornare presto a fare un’esperienza del genere. E non rifare gli errori del passato.

In questi giorni mi hanno detto che ci potrebbe essere la possibilità di trasformare l’attività volontariato che faccio in un lavoro. C’è possibilità di essere assunta dal Centro. Prima però voglio pensarci bene, perché non voglio rischiare di prendere un impegno e poi cambiare idea più avanti. Quindi, sono qui a Il Faro per conoscere quello che ho intorno, provare alcuni lavori diversi. Così, quando si tratterà di decidere se accettare o no il lavoro al Centro, posso fare una scelta più consapevole.

giulia storia

* * * *

Sono Irene. A scuola andavo al liceo artistico, facevo design. Con le mie compagne di classe non mi trovavo bene per nulla, mamma mia! Non mi capivano. E io mi arrabbiavo e piangevo. Gli insegnanti di sostegno l’ultimo anno di scuola mi hanno indirizzato al Demo (un progetto di integrazione scuola-lavoro n.d.r. ). Allora un po’ facevo la scuola e un po’ i corsi del Demo. Due volte a settimana facevo varie attività di sartoria, orto, cucina. Al Demo, coi compagni, mi sono trovata subito bene. Li mi sentivo più capita, allora era più facile per me fare amicizia.

Tra i diversi percorsi io ho scelto Sartoria, perché si poteva disegnare, e poi si realizzavano i modelli. Era quello che sapevo fare meglio. Finiti gli stage, però, non ho trovato lavoro. Allora ho provato ad andare alla Ginori, perché li, pensavo, potevo fare le decorazioni: ma non mi hanno preso.

Dopo un’estate libera, ho contattato Romina e grazie a Il Faro ho cominciato a sperimentare varie cose: ho preso l’HCCP e ho fatto un corso per barman con l’AS Consulting, e dopo ho trovato un inserimento lavorativo in un bar.

Si lavorava dalle 3 alle 8 di sera, 5 giorni a settimana… era troppo stancante... mi piaceva molto, ed ero pure brava! Ma il mio fisico non lo reggeva.

Io purtroppo ho una malattia rara: mi ammalo molto spesso, a scuola tutti gli anni saltavo un mese o due perché mi ammalavo. Poi sono stata operata al cuore, ho la scoliosi, non posso alzare pesi...insomma non mi manca nulla!

Per me, però, quel lavoro è stata la svolta. Quando ho iniziato ero profondamente chiusa e timida. Avevo difficoltà ad accettare critiche, e non capivo le battute. Non sono molto ironica, io. Non faccio amicizia facilmente, per via di questo carattere. Sono molto diffidente.

Lavorando al bar, piano piano, però mi sono sciolta. Certo, ho dovuto fare un lavoro su me stessa importante, per questo venivo al Centro. E poi ho iniziato a fare parte di un’associazione delle persone che hanno la mia stessa malattia, l’AIdel22. All'associazione ho imparato a fare amicizia. Con loro ho potuto anche fare diversi viaggi da sola, così ho imparato a fare le cose da sola.

L'associazione e il lavoro al bar mi hanno fatto scoprire quanto è importante il contatto con gli altri....ho capito che le persone mi hanno fatto crescere. Piano piano ho iniziato a capire chi va bene per me, e chi no. Lavorare al bar mi ha fatto crescere personalmente, caratterialmente e lavorativamente. Ma il mio fisico non riusciva.

Ora faccio portinaia in una scuola. Anche qui sto con le persone. Se proprio devo essere sincera, i bambini, non mi piacciono tanto... però mi piace il lavoro che faccio. È bello che, quando lavori alla portineria di una scuola, tutti hanno un contatto con te. Anche i genitori, ti conoscono tutti.

I bambini hanno una qualità però: non ti giudicano per i tuoi difetti.

la storia di irene

 

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