A parole nostre

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Siamo in compagnia di Michele Minicucci, Capo segreteria dell’Assessore al welfare del Comune di Firenze.

 

Un compito istituzionale che qualcuno potrebbe immaginare relegato dietro una scrivania, tra le mura di uno degli splendidi edifici monumentali del centro storico. Invece si tratta di una funzione molto più a contatto con la gente di quanto si possa pensare.

Un mestiere che richiede una strettissima conoscenza del territorio.

firenze intervista al sottosegretario al welfare

 

Parlaci del tuo lavoro: in cosa consiste? Qual è una tua giornata tipo?

Formalmente, il ruolo che ricopro è quello di Capo segreteria dell’Assessore a welfare, sanità, accoglienza, integrazione, casa e pari opportunità del Comune di Firenze.

La mia è una figura di collegamento che mette in relazione il lavoro dell’Assessore con le diverse entità del territorio, supportandone le iniziative su tutto il ventaglio di tematiche e competenze di cui l’assessorato si occupa.

Detto in altri termini, la mia giornata inizia alle 7, con la rassegna stampa e qualche telefonata mattutina. Arrivo in ufficio verso le 9 e mezzo, e con le colleghe facciamo il punto della situazione giornaliera: appuntamenti in agenda, incontri a cui presenziare… Il mio compito consiste nel supportare l’attività dell’Assessore e del suo staff, e di raccordarla sia con la parte tecnica e amministrativa di Palazzo Vecchio, sia, soprattutto, alle diverse realtà presenti nel territorio fiorentino.

Verso le 19.30 stacco, ma ho sempre con me il mio telefono di servizio: in caso di necessità, da contratto, devo garantire una reperibilità fissa h 24. Di solito, però, si tratta di fare qualche ultima telefonata, un resoconto della giornata, o seguire qualche avvenimento particolare, quando capita. Ieri sera, ad esempio, lo avete visto? A Piazza Pulita c’era un approfondimento sul tema delle case popolari.

C’è un esempio di raccordo tra amministrazione pubblica e terzo settore che avete realizzato e che reputi particolarmente virtuoso, rappresentativo?

Penso all’Emergenza freddo.

L’assessorato ha questo doppio compito: da una parte ascoltare; ricevere le segnalazioni, i report sulle diverse situazioni, le suggestioni e le proposte del terzo settore. Tutto quanto concorre a recepire quello che funziona, inquadrare i servizi che dobbiamo migliorare. Dall’altra rispondere. L’assessorato, altrimenti, fa da riferimento quando si tratta di dare impulso ad una situazione, interviene per stimolare e coordinare l’azione degli enti coinvolti.

È quello che è avvenuto nella vicenda dell’accoglienza. L’occasione è stata offerta da un evento drammatico: la morte di un senzatetto, nel 2015. È una vicenda che ci ha lasciato sconcertati. Anche perché storicamente Firenze ha sempre avuto un tessuto associativo molto attivo e sensibile alla tematica dei senza dimora, con un programma di accoglienza invernale che coinvolge diverse strutture, le quali, nei momenti più critici, arrivano ad aggiungere alla loro capacità anche 250 posti.

In quella circostanza, abbiamo convocato immediatamente tutte le realtà associative e abbiamo chiesto loro di coordinarsi per istituire un’unità di strada.

Per conto nostro, da quel momento, una parte di quel servizio è stato dirottato sull’emergenza freddo. Immediata disponibilità è arrivata anche dalla Croce Rossa, dalla Misericordia e dalla Fratellanza militare.

Il progetto è cresciuto rapidamente, tant’è che il Comune ha voluto riconoscergli in premio il Fiorino d’argento. Oggi, sotto la nostra supervisione, il servizio copre 7 giorni su 7. Quando le condizioni meteo lo richiedono, io contatto l’unità operativa e comunico l’allerta, e allora le unità in strada raddoppiano. Abbiamo una chat che ci permette un contatto diretto: mi inviano un resoconto di quello che è successo nell’uscita serale, diramano appelli per la raccolta di coperte o altri beni di conforto, e raccolgono le segnalazioni dei cittadini che telefonano per segnalare eventuali necessità di intervento.

Qual è il percorso di esperienze personali e lavorative che ti ha portato qui, oggi?

Ho iniziato quasi per caso, intorno ai 17 anni.

Allora abitavo in via dell’Argingrosso, in una zona popolare dell’Isolotto che fino a una quarantina di anni fa era un po’ complicata. In quel periodo ero coinvolto nelle attività di animazione della parrocchia.

Da lì ho iniziato.

Dopo l’estate mi hanno chiesto se volevo partecipare a delle attività al carcere minorile. E quindi prima dei 18 anni ho cominciato a fare attività al carcere minorile. Da lì in poi ho fatto sempre questo lavoro, fosse per l’Arci, per i Servizi pubblici, per diverse Cooperative sociali. Una delle prime che sono nate a Firenze l’avevamo fondata proprio insieme ad alcuni colleghi: si chiamava Arianna, sempre nell’ambito del quartiere. Allora c’era il Centro Sociale in Via Pisana, la cooperativa era nata proprio li dentro, attraverso il collegamento intorno a quella che era la USL 10 C.

Il tuo lavoro richiede una conoscenza approfondita del territorio, dal momento che sei costantemente chiamato a confrontarti con le diverse realtà che vi operano: in che modo pensi che il tuo background rappresenti un vantaggio, per svolgere al meglio la tua professionalità?

Penso che la mia formazione debba molto a questo genere di esperienze sul campo.

La mia esperienza, posso dire, è propriamente di strada. Ho fatto l’operatore di strada per 7-8 anni, a Firenze, a Scandicci, e poi in provincia di Pisa, a San Miniato, a Ponte a Egola, in tutta quella zona industriale che gravita intorno alla lavorazione del Cuoio.

Il tipo di situazioni di cui mi trovo ad occuparmi oggi, spaziano in un ventaglio molto ampio di circostanze: dagli sfratti, all’accoglienza invernale, passando per gli sgomberi e per tutti i Servizi sociali che rispondono alle emergenze di più stretta attualità, come quelle legate alle residenze, o ai migranti. Da un certo punto di vista, il mio ruolo mi porta ad occuparmi di tutte queste cose da una visuale diversa. Più ampia. Occuparsi di queste questioni a livello istituzionale è diverso, chiaramente.

Hai delle responsabilità che ti impongono di tenere conto, per così dire, di un equilibrio complessivo più generale.
Sicuramente, però, un’esperienza come quella dell’operatore di strada ti permette di affinare degli strumenti di lavoro che poi ti porti dietro. Io, almeno, penso di portarmeli appresso ancora oggi. Penso in particolare alla propensione ad entrare in empatia con i problemi della gente. Avere una visione globale sul problema che mi viene presentato. Anche, forse, una certa perspicacia nel capire la situazione che mi viene descritta, quando le persone si presentano in questo ufficio.
Quando parlo con la gente, io posso immaginare quello che succede nelle loro famiglie, nei contesti dove vivono.

Da questo punto di vista l’esperienza sul campo, sulla frontiera, è molto forte. Si camminava, il giorno. Ore e ore per strada, nelle “compagnie” dei ragazzi, a parlare coi genitori, nei circoli, nei bar. E poi a contatto con situazioni differenziate: le tossicodipendenze, i problemi di ludopatia…

Puoi raccontarci un paio di episodi di quell’esperienza, come operatore di strada?

Ho un bellissimo ricordo, di quando facemmo un programma radiofonico con i ragazzi di Scandicci.

Allora andavano di moda le “compagnie”: tutti ai giardini, al muretto, coi motorini... Ci si chiedeva come fare a far esprimere questi ragazzi: gli strumenti classici erano il torneo di calcetto, la festa.

Ma lì, col fatto che qualcuno aveva una parlantina particolarmente spiccata, qualcun altro suonava…  allora si disse: "ma perché non si mettono insieme, e si prova a fare una trasmissione radiofonica?" Così si andò a bussare a RadioStudio 54, dal famoso Gheri Guido. E si fece. Si fece un lavoro forte, con questi ragazzi. Si chiamava “Villaggio Djambé”: mezz’ora di radio sembra una cosa banale… macché!

Allora, con alcuni di loro si creò una redazione, poi c’era chi andava a fare interviste nelle scuole, insomma, alla fine si coinvolsero un po’ tutte le compagnie. Si andava in onda il sabato pomeriggio, ed era una trasmissione abbastanza seguita. Erano tutti ragazzi delle zone di Scandicci, venivano alla radio e parlavano di sé. Oppure mandavano in onda l’intervista a qualcuno. Questa cosa della radio mi è sempre rimasta qui…

Un’altra esperienza che porto con me è quella dello ScarcerArci Football Club: la squadra di calcio che per diversi anni ha consentito ai detenuti di Sollicciano e di Solliccianino di uscire per misurarsi sui diversi campi della Toscana. A questo proposito, non posso fare a meno di ricordare con grande affetto la figura di Nicola Zuppa.
Poi che altro, episodi singoli ce ne sarebbero tanti, tutti i ragazzi con cui riesci a stabilire un contatto, a fare un percorso…

Cosa cambieresti nel panorama delle politiche sociali del territorio fiorentino?

Pensando a quello che ho visto da quando ho iniziato questo lavoro, mi rendo conto che i bisogni della gente sono cambiati.

Per dire, la povertà esiste, senza dubbio, ma di fame non muore più nessuno. Anzi, il mangiare si butta, e bisognerebbe recuperarlo in maniera intelligente. Povertà oggi non significa fame, le emergenza sono due: la casa e il lavoro.

Come rispondiamo noi, come amministrazione pubblica? Con i Servizi sociali.

Ecco, i Servizi sociali penso siano strutturati per rispondere molto bene alla disabilità, agli anziani, e ai minori. In tante situazioni però potremmo sviluppare di più la sussidiarietà.

Si diceva dell’educativa di strada: secondo me è un’esperienza che ha ancora tanto da dare. Anzi, da quel ruolo dovremmo prendere spunto, oggi, per sviluppare una nuova figura professionale: una figura che dovrebbe affiancare quella dell’assistente sociale.

Prendiamo, ad esempio, la marginalità: una tematica come questa ha talmente tante sfaccettature che la rendono sfuggente rispetto ai tanti protocolli in essere. Servirebbe un genere di figura un po’ più flessibile, capace di prendersi in carico tutta la situazione, non solo il problema ma anche la conoscenza di tutte le risposte che il territorio offre.

Si parla tanto di tornare nelle periferie, di tornare tra la gente. Immagino una figura che faccia questo: un animatore di comunità.

Un esempio concreto?

Vedi, io ad esempio, in questo momento seguo una famiglia in un albergo, sfrattata due giorni fa, che non è in carico ai Servizi sociali, perché tecnicamente non ha le caratteristiche economiche per rientrare nei loro parametri.

Se anche fosse, magari, emergerebbero ostacoli di altro tipo: per esempio, c’è un minore? Non abbiamo strutture adatte.

Ecco, allora ci tocca dividerli in due strutture diverse. Si capisce, se devi far ripartire una famiglia dopo uno sfratto e la prima risposta che dai è la separazione del nucleo, parti subito da un fallimento, è il modo migliore per azzerare l’autostima, le potenzialità. Io già parto da una condizione di fragilità, e che fai me la raddoppi? Quindi, per far fronte alla necessità, in un caso come questo ho chiesto ad un’associazione se mi paga tre giorni di albergo, in attesa di sbloccare la situazione, di inventarmi qualche altra soluzione.

In una situazione come questa, la presenza di una figura come quella dell’animatore di comunità, che avrebbe intercettato, prima, il disagio di quella famiglia, prima, di arrivare all’emergenza dello sfratto esecutivo, avrebbe dato ai servizi stessi la possibilità di apparecchiare una soluzione.

Uno degli inconvenienti dell’educatore di strada è che fa un lavoro invisibile, di cui ti accorgi quando viene a mancare, e che corre il rischio di essere sottovalutato. Come potrebbe essere inquadrato questo animatore, in modo da essere messo in condizione di lavorare?

Io mi immagino una presenza sul territorio forte, che gli permette di intercettare queste situazioni prima che esplodano fino in fondo; uno che ha in mano le relazioni del territorio, che ha l’autorevolezza e a cui viene data l’autorità per gestirle, per cui è in grado di attivare una rete di protezione.

Sa a quali  associazioni fare riferimento per trovare delle risorse. Immagino una figura di questo tipo, strutturata per bene, che risponda comunque all’amministrazione comunale, anche se poi si tratta di vedere bene in che termini, se direttamente, o in affidamento a un servizio, magari proprio quartiere per quartiere. Soprattutto, è una figura che sa intercettare e prevenire l’emergenza, anche prima che sia il cittadino a bussare alla sua porta.

Come si dice: meglio prevenire che curare. Anche perché lavorare sull’emergenza non è mai un lavoro che ti permette di organizzare la risposta migliore

Sono attrezzatissimo sull’emergenza, ma faccio un lavoro a metà, perché io l’emergenza la devo prevenire.

Se arrivi al punto in cui uno sperimenta l’emergenza, hai già fatto il danno, non importa se poi gliela levi. È come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati: non do una risposta sensata. 

Se poi dalla casa si passa al tema del lavoro, anche in questo caso, dover passare dai Servizi è limitante. Ci sono tante situazioni in cui l’avviamento al lavoro, anche per persone che non hanno le caratteristiche che rientrano nei parametri della presa in carico, sarebbe veramente risolutivo. Sarebbe esso stesso un modo per fare prevenzione per il futuro sfratto, per esempio. Ma questo intreccio solamente uno che vive il territorio lo può tenere presente.

Uno che conosce la rete territoriale, tutto il tessuto di risposte alle necessità del territorio

Non solo che conosce la rete territoriale, ma che la promuove, che la stimola. Uno che, viceversa, può essere l’organo ricettivo delle istituzioni, a cui la rete si può rivolgere per dire: facciamo questa cosa. Quindi io immagino davvero un ritorno sul territorio con una figura di questo genere. Io lo chiamo animatore di comunità. Poi lo si può chiamare in tanti modi. Però secondo me rende molto l’idea: uno che fa un lavoro di stimolo e di mediazione.

Come ti immagini il nostro territorio tra 10 anni?

Un sogno ce l’ho.

Io vivo nel quartiere 5. Mi piacerebbe che quel territorio facesse la stessa parabola virtuosa del quartiere 4. Che io ho vissuto.

Penso che il quartiere 5 oggi sia quello con il maggior potenziale: è un quartiere che ha un buon tessuto associativo, e dove molte opportunità possono essere offerte dallo sviluppo urbanistico.

E poi credo che si possa realizzare un vero progetto pilota di buona integrazione fra italiani e stranieri. Perché è il quartiere dove c’è maggiore compresenza in assoluto. In questi giorni, per dire, partirà un progetto europeo proprio sul tema dell’integrazione, che prevede il coinvolgimento delle diverse comunità nell’organizzazione di eventi insieme ai cittadini locali.

Noi abbiamo proposto Firenze come laboratorio: il quartiere 5, con la sua trasformazione in atto, è lo scenario ideale.

 

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