A parole nostre

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Piccolo esperimento socio-antropologico: avete 10 anni, andate a scuola, siete seduti al vostro banco, in mezzo ad una ventina di bambini della vostra età. Guardate alla vostra sinistra. Ora, guardate alla vostra destra. Ebbene, sappiatelo: uno dei compagni che siedono al vostro fianco non diventerà mai uno YouTuber. Silenzio.

Storia di un'influencer: le nostre interviste

Bocche aperte: “Non è vero, maestro”. “Non è giusto!”. Credono che abbia lanciato loro una specie di anatema. Segni dei tempi.

La chiamano «Generazione Z», è quella dei Centennials, quella dei ragazzi nati dopo il 2000, e se eravate rimasti ai Millennials, e se il loro modo di vedere le cose vi suona un po’ strano, significa semplicemente che state invecchiando. Segni del tempo.

La maggior parte di coloro che stanno leggendo questo articolo, saranno probabilmente abituati a pensare a YouTube come a un grande contenitore gratuito di video musicali, parodie, spezzoni di film, serie Tv e trasmissioni televisive da guardare (o ri-guardare) on-demand. Sull’onda lunga della diffusione “virale” degli Smartphone, dei Social Network, una delle pietre miliari intorno alla quale abbiamo assistito alla moltiplicazione esponenziale delle modalità di interconnessione, delle possibilità di interazione, delle capacità di ritagliare just-in-time il proprio avatar, su misura.

Tuttavia, la quarta parete, per utilizzare un vecchio termine teatrale, appariva ancora un pilastro sacro e inviolabile. Da una parte gli spettatori, dall’altra lo showbiz. Niente a che vedere con le inaccessibili vette popolate dai divi hollywoodiani, ci mancherebbe altro. Un Olimpo molto più democratico, se vogliamo, ma pur sempre un pantheon per pochi.


Attenti a quello che cliccate, gente, siete avvertiti: c’è qualcuno in giro che immagina un futuro, molto prossimo, in cui il confine tra una parte e l’altra del touchscreen sarà liquefatto per sempre.

«Se ci sei, sei su c6». Recitava il vecchio claim pubblicitario di una delle primissime chat che abbiano varcato i confini del nostro paese. Erano i tempi di Dada, dei sibilanti modem a 56k, di Napster e dei primi blog per smanettoni professionisti, pieni di fatine luccicanti ed esoteriche stringhe in linguaggio html. Oggi la profezia sembra essersi avverata, e potrebbe suonare più o meno in questo modo: «Se non sei qualcuno, non sei nessuno».

Perfino la Chiesa corre ai ripari: «Maria è l’influencer di Dio», dichiara Papa Francesco da Panama, impegnato, proprio in questi giorni, con la Giornata Mondiale della Gioventù. Che sia lecito aspettarsi presto un ruolo da Social Media Manager per San Pietro? Il “pescatore di uomini” sembrerebbe adattarsi perfettamente al profilo.

Al di là dell’ironia, se proviamo a distoglierci dalla fin troppo facile tentazione di rimpallare lo sguardo tra apocalittici e integrati, non sono poche domande che ci rimangono impigliate tra i denti, soprattutto quando si prova a inquadrare il fenomeno secondo una prospettiva educativa: ovvero sospendendo qualsiasi valutazione sulla “bontà” o meno delle scelte, per concentrare l’attenzione interamente su quello che può e deve essere il nostro contributo in termini di strumenti perché essere autonomi non si traduca nell’essere lasciati soli a sé stessi.
E allora, in questa prospettiva viene da chiedersi:

Cosa significa essere “persona in grado di spostare l’opinione di altre”, in un contesto in cui vengono a mancare criteri affidabili di autorevolezza e legittimità, come quelli che tradizionalmente hanno reso immediatamente riconoscibili “influenzabili” ed “influenti”?

Dove si collocano i limiti dell’intimità, una volta che si confondono i confini tra immagine pubblica e privata?

Dove si definisce la soglia dell’autenticità, una volta che si fanno sfumati i ruoli tra amicizia e following?

Abbiamo provato ad ascoltare le risposte, perché chiedere ci sembrava un po’ troppo impertinente, attraverso la voce di una aspirante influencer. Primo indizio: non si tratta di Chiara Ferragni. Secondo indizio: è una ragazza di questa generazione, che come ogni ragazza e ragazzo di ogni altra generazione ha i suoi sogni, le sue convinzioni, le sue sfide.

Vogliamo condividere con voi la chiacchierata che ci ha concesso, e vi invitiamo a leggerla senza pregiudizi nè intenti celebrativi, lasciando un po' di spazio tra le righe.

Abbiamo ascoltato la storia di una influencer. Lo abbiamo fatto mentre era off line. Eppur si muove.

Videochiamata:
- Ohi!
Ehi, ciao!

- Ma come? Saluta così un'Influencer?
Sgrana gli occhi, non capisce. La conosco da tempo. Mi guarda come se fossi scema. In che senso?

- Sì, dai, aggiungo cercando di imitare ciò che penso sia l'atteggiamento da tenere per fare un video, non hai un modo particolare per salutarmi in videochiamata?!
Mhhh... agita la mano, come un qualsiasi banale saluto da Non Influencer, sorridendo della mia ingenuità. Ne prendo tristemente consapevolezza anch'io. 

- Allora dimmi: cosa fa un'Influencer quando si sveglia, quando pranza, quando compra, quando si diverte e quando è triste.
Si sveglia e mangia, come tutte le persone normali; a volte si fa i pancake e li posta su Instagram e dice che la vita è bellissima. Ma in realtà odia tutti. Durante una serata di merda, per esempio, quando non ti stai divertendo per niente, ti ritrovi a fare una story di 15 secondi, dove sembra che stai passando una serata fighissima e, finita quella, ti rimetti sola con il tuo cocktail a guardare male la gente.
Negli ultimi mesi passo sbalzi d'umore continui. Quando cerco di mandare messaggi positivi, di solito è una giornata di merda. Le persone su IG li considero quasi amici, perchè passo molto tempo sola, e quindi preferisco lanciare un messaggio positivo anche quando mi sento giù: per ricambiare l'energia che mi danno.
Quando capita di esser triste o arrabbiata, e di farlo trasparire, loro mi incitano a non buttarmi giù.
Questo mi fa bene. Ma in generale preferisco mostrarmi allegra, trovare qualcosa di bello o su cui fare una battuta.

- Tu fai anche un altro lavoro: perchè? Non ci paghi le bollette?
NO. Ci sono quelle che fanno scambio di merce, in cambio di pubblicità gratuita. Ma se hai tanti follower, ce le paghi le bollette. Ci paghi pure una Gucci. Pure una casa. Ma ne devi avere tanti tanti tanti. Si parte dai 100.000.

- Senti, ma come mai vivi sola? È strano in Italia trovare ragazzi così giovani che vivono soli, che non sia per motivi di studio. Si può dire quanti anni hai?
Ho 21 anni. Un'azienda mi aveva contattata e chiesto di venire a Roma per fare una formazione da Social Media Manager. Finita questa esperienza, dove loro non sono stati molto carini, ho deciso di rimanere qui per iniziare a studiare recitazione.

- Quindi quello che hai trovato non è stato all'altezza delle tue aspettative.
È stato ed è più difficile di quello che può sembrare. È stata una sorpresa e non mi aspettavo tante cose. A volte mi fa schifo e voglio tornarmene a casa. Con i miei amici e la mia famiglia. A volte vado a Ponte Milvio e dico -cazzo, quant'è bella questa città-. Però non mi aspettavo di rimanere sola.

- Come hai vissuto il distacco dalla tua città e dalla tua famiglia?
È stato traumatico. Peggio di quello che pensavo. 

- Volevi fare questo o le tue ambizioni sono altre? Ovvero: vedi i social come un fine o come un mezzo?
I social sono un fine e sono un mezzo: stare su Instagram è un'occupazione temporanea, che ti può dare visibilità adesso; ma le persone che fanno questo non hanno un talento particolare: sanno vestirsi carine e fare belle foto. Io voglio fare altro. Vorrei studiare per fare cinema e ovviamente non mollo il canto: anzi mi sono allenata fino ad adesso.

- Metti video in cui canti su IG?
Ogni tanto sì.

- Hai detto che non è necessario avere qualche talento particolare per fare l'Influencer. Ma non credi che anche saper comunicare sia un talento?
Ni. Se sei la Ferragni...lei è stata un genio. Ma adesso ci sono i Social Media Manager, che curano le pagine al posto tuo: ad esempio, hai partecipato ad un reality e tutto ad un tratto ti ritrovi una Fan Base non costruita, arrivata di botto e non sai gestirla. La gente ti ha visto in tv e magari si sente vicino a te allora ti segue. Ma in realtà non sai fare niente di particolare; allora le aziende ti contattano e tu fai gestire da loro la tua pagina. Alcune competenze possono essere tecniche tipo come si scrive un contenuto o come si fa una buona story. Quindi se non sai farlo lo fa qualcun altro se vuoi mantenere l'engagement.

- Ovvero?
La visibilità, il bacino d'utenza. Per dire, avere foto in costume ti aumenta i follower, aumenta l'engagement. Però a me non piace, preferisco tenere un profilo umano e cerco di far ridere tanto le persone. Alle persone piace sentirsi vicino a te.

- Ti ritrovi ad avere problemi personali a causa della tua visibilità? O a rendere visibili i tuoi problemi personali? È utile o dannoso?
Sì, è successo. Io non uso IG solo per postare foto. Voglio mostrarmi solare e grintosa. Qualcuno mi riconosce, perchè vede le foto e mi trova figa. Poi si stupisce quando va a vedere l'altro lato di me, quello in cui faccio scherzi, non mi prendo sul serio e mi chiede perchè faccio la cretina.
A volte smettono di cercare di conoscermi. Oppure si stupiscono che sia una persona capace di fare anche discorsi seri. Finchè sei il personaggio che lo fa va anche bene. Quando lo fai tu non va più bene. Ma non con tutti. Dipende dal target: chi ti apprezza anche dal vivo è chi è in target con te. Uno che conosco fuori e poi mi cerca su IG, magari gli fa strano vedere il mio lato più giocoso, sarcastico, perchè magari di solito guarda Bèlen Rodriguez.

- Cosa è cambiato quando hai iniziato a lavorare per questa azienda? Hai imparato? Ti è stato riconosciuto il tuo lavoro?
Ho imparato che a volte pur credendo di conoscere le persone, che magari ti vogliono anche bene a livello lavorativo, non è così. Possono essere degli stronzi e lasciarti in mezzo di strada, pur sapendo la tua situazione. Cioè che non ho una famiglia che poteva sostenermi o che ero sola qui o che avevo un affitto altissimo. Poi a livello di social ho acquisito delle tecniche, ma mi aspettavo di più a livello umano.

- Consiglieresti l'azienda?
Io sono stata in parte fortunata, perchè loro hanno creduto in me all'inizio e per questo mi sono trasferita a Roma e li ringrazio. E comunque consiglio di rivolgersi ad un'azienda di SMM per imparare, o comunque studiare da soli, documentarsi. Ma quello che ci vuole è costanza, determinazione e qualcosa che ti differenzia dagli altri. In definitiva la tua unicità di persona.

- Chi è che vuol fare questo lavoro?
Tutti.

- Non sarete troppi?
Sì. Per questo è importante distinguersi.

- Quanto della tua situazione personale ha influito sulle tue scelte lavorative e in particolare in questo mestiere?
È successo per caso e ho colto questa occasione per arrivare a fare altro. Anche se devo crescere ancora moltissimo.

- Quanti follower hai?
15.000

- Ma si comprano?
Puoi.

- E tu?
NO.

- Le tue debolezze sono instagrammabili?
Ci sono cose che bisogna tenere per noi. Non mettere su un social. Anche se c'è gente che lo fa.

- E stasera che fai?
Mi guardo un film su Netflix. Anzi ora vado a sceglierlo. Mi mancano gli aperitivi con le mie amiche...Magari mi faccio dei pop-corn.

 

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