A parole nostre

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Nel lungo viaggio di Servizi in Zona, ci siamo confrontati con diverse realtà educative e sociali e abbiamo incontrato, numerosi e variegati modi di concepire e  realizzare la socialità.
Durante una delle nostre tappe, abbiamo avuto l’occasione di conoscere Luciano Franceschi, responsabile della Cooperativa Contatto CEMEA Veneto, di Padova , dove gestisce la Comunità Educativa Mamma/Bambino.

Quello delle cooperative sociali,  è un mondo sorprendentemente complesso e articolato,  che si trova a cimentarsi nel vastissimo arcipelago dei servizi alla persona, con un ruolo sussidiario rispetto allo Stato.
Nonostante molte di esse possano vantare una ricca storia alle loro spalle, questo genere di realtà si trova a muoversi in una sorta di cono d’ombra, perfino all’interno del proprio stesso territorio, malgrado la grande mole di attività e iniziative messe in campo ogni anno, le quali restano per lo più sconosciute al grande pubblico

Non spetta a noi, naturalmente, esprimere giudizi sulla qualità del lavoro e delle iniziative con cui ci troviamo a contatto, né tantomeno ci troviamo nella posizione di poter indicare qualunque sorta di parametro generale.
Lo scopo dell’intervista con Luciano era quello di conoscere un po’ più da vicino questo mondo. Ascoltare dalla voce di uno dei suoi protagonisti quelle che possono essere le difficoltà, le lacune, ma anche le capacità e le opportunità di incidere positivamente nella società che ci circonda.
Ci siamo voluti avvicinare all’esperienza di Cooperativa Contatto CEMEA Veneto, con la curiosità di ascoltare la voce di una persona che da anni opera in prima linea.

Nel raccontarci cosa fa la sua Comunità e come affronta quotidianamente il suo lavoro, Luciano ci ha proposto alcune domande: quale può essere un nuovo modo di concepire il sociale? Che cosa si intende per welfare generativo? Quali sono i rischi di questo mestiere e in quali margini della legge bisogna muoversi per non rischiare di diventare esecutori passivi? Abbiamo apprezzato le provocazioni che Luciano ci ha lanciato, ci piace pensare che saranno un’occasione per riflettere più a fondo su quello che facciamo.

Non sarà sufficiente un’intervista, a descrivere il panorama completo di cosa significhi oggi lavorare nel sociale. Sono le realtà, come questa, come quelle che in questo momento stanno operando sul nostro territorio che possono darcene la testimonianza più significativa: per questo Servizi in Zona si attiva per conoscerle meglio. Le incontriamo, le ascoltiamo, ci confrontiamo e solo successivamente ne possiamo valutare le criticità, dopo averne compreso il pensiero.

 

La comunità Mamma/Bambino, cosa fa di preciso?

E’ una comunità che accoglie i minorenni, con le loro madri, purché consenzienti, cioè se esse acconsentono ad entrare in comunità per seguire insieme ai nascituri e/o figli un percorso di sostegno, di aiuto, di supporto educativo, di protezione da prevaricazioni, abusi e violenze o di tutela dei propri diritti.

Solitamente, una richiesta di protezione interviene in una situazione di pericolo e di violenza, ovvero quando, ad esempio, una mamma chiama i carabinieri e successivamente non sa dove verrà dislocata. La violenza è l’emergenza che sta alla base di questo genere di situazioni, ovviamente. La madre è mossa da un rifiuto della condizione in cui si trova. Se c’è un bambino di mezzo, spesso è lui la molla che fa scattare la decisione; la salvaguardia che troppo spesso non si ha per sè stesse diventa molto più pressante quando si ha paura che la violenza possa essere trasmessa al minore.

Noi dobbiamo avere sempre un rifugio di emergenza: questi casi vengono solitamente da territori diversi dal proprio, e spesso lontani da noi. C’è bisogno di garantire una distanza fisica dal pericolo, anche perché occorre rispettare i tempi necessari per lo svolgimento delle indagini: bisogna capire cosa è successo, quali sono eventualmente le attenuanti, e bisogna garantire a tutti i soggetti coinvolti i loro diritti, compresi quelli del presunto colpevole. Nel dubbio e nell’attesa di decisioni da parte delle autorità, la situazione viene “congelata”, inserendo la coppia mamma/bambino in un programma di “protezione”.

Essendo coinvolto un minore (spesso sono bambini molto piccoli), bisogna in primis garantire che questi riceva un’accoglienza. A livello normativo regionale, è previsto che questa situazione di passaggio si potragga per 12 mesi. In questi 12 mesi intorno ai soggetti coinvolti ruotano i tribunali che devono esprimersi, le assistenti sociali che cercano di accertare i fatti, e così via, anche se si tratta di una macchina che a volte si rivela sorda e silenziosa, lontana e poco attenta alle persone e alle loro esigenze. Questo anche a causa della grande quantità dei casi che ogni anno si presentano, e della loro particolare complessità interna. L’uscita dalla comunità dovrebbe garantire a questa persona una ripresa della propria vita, è quindi nel momento di quella che chiamiamo “stasi” che noi abbiamo a che fare in modo specifico con delle “vittime”. Dalla mia esperienza non ho mai visto niente di inventato, ho visto sempre diverse forme di violenza, la quale può assumere

espressioni molto diverse. Il porre “in stasi” delle persone non può mai essere un gesto neutro.

Abbiamo una vittima, con i suoi bambini, che si trova ad essere sradicata dal luogo di appartenenza in cui ha scelto di vivere, e che adesso deve trovare un posto protetto e sicuro. Esercitare in condizioni di emergenza un’azione di protezione e di sicurezza fisica costringono ad esporsi sempre ad una minaccia.

Abbiamo detto che è una “Comunità”, la parola “Comunità” richiama una situazione di condivisione, di scambio, di piacevolezza… ma le vittime sono state obbligate (dalla situazione, dai servizi, dal tribunale) a stare dentro questa “comunità”, non l’hanno scelto. Spesso nelle attività di formazione che faccio, parlo di questi luoghi come di una specie di alberghi, perché le persone che accogliamo meno rapporti hanno con persone che condividono le stesse sfortune e meglio è.

E perché “meglio è”?

Perché non è quello che è meglio per il loro equilibrio, almeno in questo momento di passaggio. Prova a pensare cosa significa per una persona abbandonare tutto e andare in un posto sconosciuto. Arrivano a Padova, c’è un cancello, suonano ed io apro la porta. Loro trovano una persona che le accoglie, i carabinieri si accomodano in ufficio, firmano le carte e loro stanno lì con i loro bambini e una valigia, a volte nemmeno quella.

Alle finestre ci sono le inferriate (che ci sono per protezione naturalmente) e noi che gli diciamo? “Questa è la camera”.

Sostanzialmente, la legge non garantisce molto di più di questo, allo stato attuale. Certo, c’è un progetto, ci sono i contatti con l’assistente sociale del luogo da dove proviene, il sindaco resta il primo responsabile del cittadino che arriva. Però, tutto questo, cosa ha a che fare con il benessere di questa persona? Alla fine, anche il lavoro di chi è lì, cos’è? È trasformarsi in un portiere di uno stabile, di un albergo?

Le persone che lavorano da te fanno i portieri?

Fortunatamente le persone che lavorano con me, ma questo direi che avviene anche altrove, non fanno i portieri, anzi, sono in grado di attuare una serie di cose perché sono formati. Sono OSS ed educatori e, se il progetto lo richiede, c’è anche una psicologa che accompagna e sostiene le madri nella comprensione di quanto sta accadendo. Ma solo il tribunale e l’assistente sociale possono prevedere all’interno del progetto questo tipo di figura, così come sono loro a stabilire in quale comunità e che tipo di percorso deve venire offerto alle madri.

Voi potete richiedere delle cure psicologiche per queste persone?

No. Tutto passa dal tribunale o dall’équipe di figure che i Servizi Sociali stabiliscono debbano essere coinvolte nel prendere in carico una situazione. Se, dopo una valutazione dei servizi che hanno in carico questa persona, se loro decidono che ci sia bisogno di un supporto psicologico, allora questo sarà attuato. Viceversa, no.

All’interno della nostra comunità ci sono figure come lo psicologo, lo abbiamo per nostra esigenza di équipe, non perché ci venga richiesto di proporre questo tipo di servizio… Ripeto, per fortuna lo abbiamo, così che si possa avere uno scambio fluido e alla pari.

In un modello normativo e amministrativo così rigido, dettato in primis dall’emergenza, e dove il primo pensiero è solo rivolto all’incolumità fisica e al darti un tetto e del cibo, si rischia di diventare semplici esecutori e la vittima niente di diverso da un “pacco”.

L’obiettivo del “pacco”, però, è iniziare una nuova vita, ma a quella destinazione non arriverà di certo in tempi brevi: viene spedito, viene mandato e rimandato. La comunità spesso è un parcheggio, non il primo e non l’ultimo.

L’accompagnamento è spesso lacunoso, fatto di carte burocratiche e incontri mal riusciti. Neanche la prospettiva dei 12 mesi è una sicurezza. Gli iter possono diventare lunghissimi, e quel termine che si protrae, ogni volta è una nuova violenza.

La comunità rischia di diventare una sorta di “tempo morto” tra tutti i diversi passaggi della burocrazia. La madre è sempre una persona traumatizzata, spesso fragile, rinchiusa in quella situazione indefinita del “voglio ricominciare ma non posso”. Il rischio è di farle perdere ogni desiderio e capacità affettiva. I bambini, in tutto questo, hanno solo lei, poiché si sono sradicati, e sono a loro volta persone in attesa di ricominciare.

“Posso ricominciare? Che ci faccio qui? Possiamo avere un altro luogo, da soli, un appartamento, … noi che siamo lea vittime?” Difficile parlarle di comunità, di convivenza con altri, tanto più che questi sono a loro volta pressati da uguali urgenze e richieste di attenzione specifica. “Mal comune mezzo gaudio” in simili condizioni funziona poco.

La risposta?
La risposta è che spesso dopo questa fase non c’è niente di nuovo. Può anche verificarsi che la magistratura non sia nelle condizioni di riuscire a limitare le possibilità di contatto o di avvicinamento della persona pericolosa alle potenziali vittime.

E allora se l’ingranaggio non funziona, una persona si chiede “quand’è che torno libera?”

“Domani niente”, per noi che lavoriamo nella comunità, questa è una risposta che dobbiamo considerare come definitiva
Ma, a mio parere, questo tipo di orizzonte ci indica anche la metodologia del lavoro da seguire: non potendo isolare la situazione di emergenza diversamente, dobbiamo trasformare quanto prima questo momento iniziale da soluzione provvisoria a quotidianità.
Se “domani niente” è l’ipotesi più probabile, l’oggi diviene l’unico momento davvero importante. È questo il nostro pensiero educativo. Se i Curdi fanno scuola ai bambini sotto le bombe, dico io, noi possiamo fare educazione anche sotto le guerre personali.

Se non si può ricucire l’esterno, perché non ce ne vengono dati gli strumenti, resta il grande mondo del sé, dei rapporti con i propri figli, del rapporto con la figura maschile.

Sbaglio a dire che sono contento di avere educatori maschi e non solo donne? C’è bisogno anche di questa diversità all’interno di una comunità di donne ferite da maschi. Il modello maschile incontrato nella propria vita non può essere l’unico.

Altrimenti diventano dodici mesi in mezzo ai nemici, e dove noi, che siamo parte dello Stato, non siamo capaci di dare le risposte che loro cercano. Allora in quei casi ogni scusante per attaccare è valida: una pulizia non fatta, un permesso non dato, un cibo poco saporito. E se non sei tu la valvola di sfogo di turno (tu che sei comunque strumento utile), lo diventano le tue compagne di sventura: “non sopporto la sua cucina, fa rumore mentre gli altri sono a letto, suo figlio ha fatto a mio figlio”.

Ci vuole tempo, lavoro educativo, serve affiancarsi ai problemi senza l’illusione di poterli risolvere, fare silenzio, occuparsi della quotidianità e non sostituirsi nel legame con i figli. Allora l’albergo apre anche spiragli di comunità.

Quindi, loro dopo questi 12 mesi, cosa fanno?

Restano in comunità.

Chi va fuori dalla legge se loro fanno il 13° mese?

Nessuno. Ma c’è il forte rischio di entrare in una zona grigia, dove si va oltre le norme perché le stesse vengono superate dalla realtà, e quindi si cambiano i riferimenti o, addirittura, non ci sono più riferimenti normativi, ma solo “esigibilità dei diritti”, cioè la richiesta di rispettare i diritti della persona, ma senza norme di attuazione o di realizzazione effettiva: avere dei diritti non significa automaticamente goderne.
Noi non buttiamo fuori la gente, tecnicamente potremmo, facendoli entrare in un’altra comunità, ma normalmente ci accordiamo per il prolungamento.

Quanto dura il prolungamento?

Ogni storia è a sé.

Avete solo madri/bambini nella vostra comunità?

Potremmo avere famiglie con minore che vengono nella nostra comunità per altri motivi, come ad esempio a causa di uno sfratto esecutivo.

É un assurdo, poiché noi siamo una comunità mamma/bambino, ma se viene sfrattata una famiglia, noi possiamo accogliere la mamma con i bambini e non il papà: lui dovrà dormire in macchina, o fuori.

Ma siccome, in queste circostanze, non è un nucleo che deve stare diviso, noi alle 7 di mattina gli apriamo la porta, per mangiare e farsi una doccia, e per vedere i suoi figli.

In una situazione di emergenza, se anche fosse il padre, un uomo, ad essere vittima di una violenza, non gli sarà consentito di stare in comunità con i figli. Il diritto costituzionale prevede che il padre sia come la madre, ma l’applicazione amministrativa non lo realizza.

Mi parlavi di bambini soli senza madri, puoi riportarci qualche storia?
La nostra comunità è e deve restare madre/bambino, in alcuni casi non c’è una madre come presenza fisica, ma essa è pur sempre presente in forma progettuale.

Che vuol dire?

Il progetto che l’assistente sociale scrive o, meglio, elabora insieme a noi, garantisce la presenza della mamma, ma non la sua effettiva presenza fisica.

Perché la madre ha problemi di vario tipo?

Ci possono essere vari problemi, ad esempio una mamma che può vedere il bambino ma solo in ambiente protetto e mediato da un altro adulto, oppure l’eventualità di una supposta violenza da parte della madre, sebbene non ancora accertata.

Se la mamma viene allontanata, ospitiamo il bambino nell’attesa di sapere a chi sarà affidato.

Questi casi sono una esplorazione dei limiti delle possibilità della comunità e delle leggi. Una comunità mamma/bambino non ha un organico tale da poter seguire il bambino da solo. Si presume che sarà ogni singola madre a provvedere al proprio bambino, e quindi le figure professionali presenti possono essere un numero molto basso. Se c’è un bambino solo, sei costretto ad aumentare le figure professionali (e le spese naturalmente). Simili variazioni e soluzioni a problemi specifici esplorano le capacità delle leggi di adeguarsi ai casi limite, o particolarmente difficili.

Abbiamo avuto anche un bambino di venticinque giorni. In questo caso, se non si attua una strategia educativa, l’esperienza del bambino potrebbe essere veramente traumatica.

Certo, avrebbe a che fare con quanti educatori?

A rotazione, con dodici educatori (se sono OSS non cambia poiché il lavoro educativo nella nostra comunità è richiesto a tutti).

Un bambino di venti giorni ha davanti…

Ha davanti, a seconda degli orari strutturali della comunità, un certo numero di persone che lo vedono, lo prendono in braccio, lo cambiano… e così per il turno dopo, con un’altra persona. Questo è un trauma.

Questa storia è stato un caso particolare, la madre aveva già detto che non avrebbe tenuto il bambino ma è stata invitata a proseguire la gravidanza. Purtroppo, ci possono essere situazioni in cui chi sostiene la gravidanza poi non valuta quello che effettivamente succederà dopo la nascita. Se nessuno dei 2 genitori riconosce il bambino, oppure se questi viene riconosciuto da uno dei due che nonostante ciò decide di abbandonarlo (e in questo caso uno dei familiari può esercitare il diritto di subentrare nella genitorialità), di legge, c’è un anno di tempo perché possa esserci il ripensamento. Nel frattempo, il Tribunale deve comprendere lo stato giuridico del minore appena nato, disporre lo stato di adottabilità, individuare la famiglia adottiva compatibile, la quale accoglierà il bambino “a rischio giuridico” per un anno (il bambino, infatti, potrebbe sempre rientrare nel nucleo familiare di origine, qualora quest’ultimo dimostrasse un ripensamento, e nel caso in cui venisse riconosciuto idoneo all’esercizio della responsabilità genitoriale). In questo anno, inoltre, si provvede a verificare anche che l’abbinamento minore/famiglia adottiva sia effettivamente compatibile. Per queste valutazioni possono volerci a volte, settimane, mesi o un anno, al fine di garantire i diritti di tutti. Nell’attesa dei tempi previsti dalla legge, per quanto bravi siano gli educatori, non potremo assicurare la corretta sicurezza psichica al bambino.

Questo è un caso particolare, come dicevo prima, ma non unico, tant’è che si a distanza di tre mesi si è ripetuto anche con un altro bambino. Fortunatamente ci hanno chiamato prima ancora del parto, e l’esperienza maturata con il primo ha potuto concretizzarsi in una azione migliore.

E che avete fatto?

Noi non abbiamo il potere di decidere cosa debba essere fatto per un bambino che si ritrova in una simile condizione di vuoto educativo, per quanto legalmente corretta. Agli enti preposti abbiamo chiesto intelligenza e flessibilità di pensiero. Tralasciando gli assistenti sociali burocrati, molti dei quali si rivolgono a noi per casi in cui avvertono questo tipo di pericolo; fra essi ci sono quelli che dicono “so che lavorate bene” e quelli che ascoltano la richiesta di esplorare possibilità legali ed educative assieme, calate sulle persone e non sulle carte, e che per quanto è loro possibile usano il loro “potere” per fare pressione agli enti preposti, perché vengano stabilite le soluzioni più umane.

Che cosa vuoi dire con questo esempio?

Facciamo parte di un movimento educativo. CEMEA, significa Centri Esercitazione Metodi dell’Educazione Attiva. Per questo, non possiamo pensare all’educazione come a qualcosa di confinato, unidirezionale, “semplice”. Le figure che costituiscono gli enti attorno alle persone (tribunale, sindaco e giunta, assistente sociale, personale sanitario, …) sono anch’essi stessi soggetti di educazione. Agire in un modo o in un altro provoca in loro pensieri e azioni. Stimolare la cooperazione e la sperimentazione delle possibilità di una legge, a favore, di un singolo individuo, è per me un atto educativo, e come tale, se non c’è solo la situazione di potere, è un atto estensibile attorno al proprio “territorio” da parte di tutti i componenti di questa cooperazione.

Senza una disponibilità a crescere come servizi, avremmo detto “no” al secondo bambino. Non eravamo adatti al primo, e non lo saremmo stati per il secondo, saremmo stati strumento di copertura di un “non-pensiero”. Dire ancora una volta sì, sarebbe stato negare i pensieri dell’equipe fatti attorno al primo caso, e legittimare una pratica, formalmente legale, ma non educativa, e, per noi, come movimento educativo, perfino disumana.

E allora?

Abbiamo trovato una coppia, qualificata per questo tipo di esperienza e li abbiamo “assunti” per garantire a quel tempo di “vuoto”, che sarebbe stato speso all’interno della comunità, la migliore situazione educativa possibile.

É stato come avere un appartamento della comunità situato a 7 chilometri di distanza e, “assumendo” la coppia che ci viveva, abbiamo acquisito anche gli odori, i sapori e i ritmi che sarebbero diventati una costante nella vita del bambino durante quei giorni così delicati. Il distacco a un certo punto ci sarebbe stato, anche se fosse stato in comunità, ma fino a quel momento alcune garanzie di cura si sarebbero mantenute alte.

Così che l’infante non sarà “un pacco” che vivrà la routine di dodici educatori diversi, ma una persona al quale garantire il diritto, non solo burocratico, ma anche affettivo. Questi casi si sono risolti dopo quaranta giorni. E se dovesse protrarsi il tempo di attesa?

Quaranta giorni, intanto, vuol dire che ognuno ha fatto il suo dovere e non si poteva pensare a un tempo burocratico minore. E testimoniano che le persone all’interno di un sistema fanno la differenza se lavorano assieme. E non perché ci conosciamo tutti, ma perché si è condiviso l’obiettivo della cura del singolo. Poi dalle cose che funzionano si dovrebbero ricavare altre e nuove possibilità per il futuro.

Abbiamo una bambina che è venuta da noi a 6 mesi e adesso ha 6 anni ed è ancora con noi. Questa è la storia di Luisa:

Luisa ha una disabilità grave, nasce a Padova nel 2011 ed è figlia di stranieri. Arriva con la madre, quindi in una situazione mamma/bambino. Luisa è cerebrolesa con tetraparesi spastica, danno verificatosi dopo pochi mesi. Non si sa il perché, ma il danno subìto le dà impossibilità di camminare con distonie muscolari, ha un sondino nasogastrico perché non riesce a deglutire e, in seguito, le è stata applicata una PEG nello stomaco (la Gastrostomia Endoscopica Percutanea, consiste nell'applicazione chirurgica di una sonda che collega lo stomaco all'esterno).

Su iniziativa della mamma sono tornate a casa dopo un mese, ma dopo un anno è tornata da noi come bambina non accompagnata.

I genitori sono in seguito decaduti della loro responsabilità, ma la presenza della madre era rimasta.

…come dicevamo prima quando parlavamo di “madre progettuale”?

Esatto.
Luisa e la sorella si sono continuate a vedere frequentemente, invece i genitori sempre meno.

Nel 2014, tre anni dopo, viene dichiarata pronta per l’adozione. A 3 anni il problema si aggrava, perché inizia una terapia farmacologica antiepilettica. Nel 2016 troviamo una famiglia, in Sardegna, disposta ad accettarla. La madre affidataria viene a conoscerla, ma ci sono dei problemi con i documenti, perché è straniera. Il progetto salta e continua a stare da noi.

Nel frattempo la sua condizione di salute peggiora ulteriormente, e si attivano le pratiche di un Hospice all’interno della nostra comunità. Successivamente viene dichiarato che Luisa non avrà più di un mese di vita. Ci siamo proposti affinché resti da noi, in comunità.

Perché non in ospedale?

Perché, grazie a lei, nel tempo siamo cresciuti e abbiamo acquisito altri bambini con difficoltà sanitarie, e ora abbiamo infermieri e macchinari adatti. Ma soprattutto perché Luisa è stata con noi 6 anni. Abbiamo pensato che sarebbe stato uno stimolo e un fine vita più dignitoso per lei. All’ospedale chi sarebbe andato a trovarla? Che rapporti umani e interazioni avrebbe avuto?

Il nostro progetto educativo su Luisa, in questa determinata situazione, è assicurarle il fine vita migliore possibile. Non lo poteva avere in un Hospice ospedaliero. Abbiamo adattato un appartamento, per lei, fuori dalla Comunità, assicurandole un luogo tranquillo dove avrebbe potuto stare con noi e, dopo, con la comunità. Quindi, quando è possibile, la riportiamo in comunità, e le persone della comunità vanno a trovarla. La portiamo fuori nei tempi suoi, e non quando i tempi della comunità consentono tale possibilità.

Le avete creato una rete di relazioni, cosa che non sarebbe stata possibile in ospedale.

E’ un modo di vedere la comunità diverso: creando una “succursale”, ma non chiudendo le due realtà. Ma non credere che siamo gli unici; chiunque sente che le comunità di questo tipo non sono adatte per le persone che le abitano, e neanche per chi vi lavora. Questa è la risposta costruita dallo Stato recependo esperienze fatte da movimenti di matrice diversa. A noi, come parte dello Stato, e non solo semplici concessionari, spetta il compito di modificare in meglio la situazione. Se una delle due parti è sorda, allora resta solo il sistema e le persone schiacciate dal sistema.

Un modo per non vedere la comunità solo con un fine assistenziale, in cui spesso il burnout è alle porte…

Dicevo prima che le comunità sono abitate anche dagli operatori. Se le difficoltà burocratiche e dei singoli ti portano a lavorare solo sullo stretto necessario, sull’emergenza, sugli orizzonti chiusi, sui continui fallimenti dei progetti dei singoli, e tu ti senti parte di questo ingranaggio senza soluzioni, il burnout arriva. Essere educatore significa lavorare in un terreno che prevede successi anche in contesti difficili. Se la situazione inibisce la tua parte educativa, prima o poi smetti o, peggio, avvalori un certo tipo di sistema sterile.

Si deve innanzitutto garantire la sicurezza fisica, è chiaro, ma la legge ti chiede anche di provvedere a tutto quello che serve per una tutela psicologica e relazionale: il problema è come viene richiesta e applicata la legge, a chi interessa questo, e chi controlla che questo venga effettivamente fatto. Se tutti alimentano il fatto che le soluzioni ai problemi

vengono date da altri, e risolvere l’emergenza è l’unico scopo, le istanze educative che porti, e che la persona è in grado di accettare, non sono prioritarie. Se riesci a garantire anche il solo benessere psichico è già molto.

Ma, sebbene espressamente richiesto dalla legge, non c’è la dovuta attenzione affinché queste persone sentano davvero il posto come sicuro, anche come scambio relazionale. Non dobbiamo diventare carcerieri o controllori, ma creare rapporti che siano significativi al fine di una vita migliore.
Quando siamo arrivati nella comunità c’erano lucchetti ovunque, non ci si poteva esprimere nella lingua di appartenenza, c’erano una serie di regolamenti ai quali o ti uniformavi o te ne andavi. Era il reiterare di quel assistenzialismo del ricatto tipico della degenerazione del welfare storico: ci pensiamo noi, e tu devi solo obbedire e entrare nei nostri piani. Se ti comporti bene avrai la casa, oppure non ti toglieremo il figlio, oppure ti daremo il sussidio.

Ma se prevale solo la soluzione del problema, a un bambino di tre anni che sta in un periodo di stasi nell’attesa di essere affidato, il passaggio dei 12 mesi burocratici lui li ha fatti in un luogo “fermo”, e questo per un bambino è una deprivazione.

Io devo pensare a cosa offrire, e non solo a un luogo sicuro. È un problema di formazione, di pensiero debole (che non si sente assoluto, ma accoglie tutti) e forte (nei principi, nell’etica, nella pratica) nello stesso tempo. Una questione di cooperazione più che di controllo.
Come cooperative non siamo solo dei concessionari, portiamo idee e motivazione, abbiamo già dentro di noi le possibilità di fare meglio. Spesso non c’è una uguale visione nella struttura dello Stato. Nei singoli sì, ma non ci dovrebbe essere richiesto uno sforzo straordinario, per fare bene il proprio lavoro. Ci sarà la fatica, ma la fatica deve avere senso.

Cosa offrite?

A noi viene richiesto un luogo che assicuri sicurezza, tutela, benessere a una situazione che si presenta con caratteristiche contrarie.

La sicurezza psichica è un benessere di tutti quanti, anche dell’operatore stesso, che vive situazioni molto stressanti. Noi abbiamo fatto delle scelte: due operatori in più per turno, proprio per assicurare questo tipo di benessere a tutti, a chi lavora e a chi è dentro la comunità. Non ci interessa che costi di più, se è sostenibile: pensiamo che sia fondamentale. C’è modo e modo di investire in educazione.
Vogliamo garantire il diritto a un bambino di 3/4 anni di andare alla scuola dell’infanzia. Non ci viene richiesto, ma è un suo diritto e per noi ha un senso educativo e di inclusione. Ma non basta accompagnarlo e non basta dire “c’è la madre lo faccia lei”. Andare a scuola, a 6 anni è un obbligo, ma non la scuola dell’infanzia, se la madre non vuole, se lei è in attesa. Noi dobbiamo agire per un benessere quotidiano. Ma entrare in conflitto con la madre quale significato ha? C’è bisogno di una alleanza di fiducia tra tutte le parti, e anche di quella che potremmo dire “fantasia” educativa”: cercare risposte, e non bloccare le risposte in codici asettici.
C’è bisogno di formazione e pensieri utili.

Mandarlo alla scuola dell’infanzia è un gesto che tu fai se pensi che questo abbia un valore. Farlo stare in comunità sarebbe, come dicevamo prima, lasciarlo in un luogo fermo.

Questi sono ambienti al confine, dove le storie sono molto difficili, simili e spesso sconosciute, dove non c’è un’autonomia totale; potreste non mandarli alla scuola dell’infanzia, non attivare intorno a loro una rete di contatti e scambi con il quotidiano, non prendere un appartamento o educatori in più. Potreste garantire “solo” la sicurezza fisica. Questo si potrebbe tradurre in un braccio di ferro, dove il rapporto è “devi fare il letto” “devi tornare alle 20”, fomentando solo malessere. Per il benessere bisogna investire, non solo economicamente ma principalmente attraverso le relazioni e i rapporti. Fare queste scelte “costano” sacrificio e fatica in più, ma sono necessarie. E’ un lavoro enorme quello che fa questa comunità, sicuramente non sarà l’unica ma mi sento di riconoscerle un grande merito.

Il problema è quando metti in campo una responsabilità. Ci assumiamo una responsabilità che nessuno ci chiede direttamente. Sta nelle carte, ma poi è faticoso praticarlo. A un controllo ci hanno contestato che le stanze non avevano un televisore, ma ce n’era solo uno in salone. Non hanno voluto ascoltare il pensiero che sta alla base di questa decisione, ovvero la volontà di stimolare l’utile fatica di confrontarsi tra persone, per scegliere quale programma guardare. Poi se parli di albergo ti correggono, perché “deve essere” una comunità”.

Dopo tre-quattro anni che un bambino è con noi, dovremmo iniziare a chiederci: “sta giocando sempre da solo?”, “Non ci sono nella comunità bambini della sua età?”, “Dove li può trovare?”, “La madre, in questo, momento ha le energie per pensare al suo bambino?”. Ma queste domande sembrano essere sempre “scontate”, e non viene dato loro, importanza, dicendo, piuttosto “passiamo alle cose che servono veramente”. E allora può accadere che, in 3 anni, l’assistente sociale lo hanno visto tre volte, perché le carte sono ferme, e non serve vedersi per qualcos’altro. Se fai richieste come comunità, tu sei l’ingranaggio che sta in basso, e allora sei tenuto ad attendere che sia l’assistente sociale a prendere l’iniziativa. E quando un assistente sociale finalmente decide di attivare improvvisamente tutti si devono muovere, perché la macchina ha accelerato. La macchina, poi, si stupisce se la persona dice no, e pianta i piedi. Abbiamo avuto persone (soprattutto minorenni, meno attenti degli adulti al ricatto istituzionale del “comportati bene per ottenere qualcosa”) che hanno rifiutato offerte che sembravano vantaggiose sulla carta, ma che dopo essere stati completamente esclusi da ogni processo decisionale hanno preferito rinunciare al guadagno spicciolo, pur di affermare la propria soggettività.

Probabilmente alcuni servizi ci hanno accusato di essere corresponsabili di queste negazioni, peraltro ampiamente preannunciate nei colloqui effettuati con l’istituzioni. Ma seppur senza avere imbeccato nessuno, questi “no”, in fondo, ci hanno fatto piacere. Abbiamo lavorato per la persona, non per l’ingranaggio.

Con quale “nuova” soluzione vi proponete?

Questa è per noi la responsabilità educativa: trovare una rete di relazioni, collegamenti con la scuola, con il territorio, con la vita fuori dalla comunità.

Ti faccio un esempio. Nella cooperativa per disabili dove lavoravo prima facevano delle cose in una settimana che mai avrei fatto in tutta la mia vita: cavallo, piscina, pallavolo, basket, giardinaggio, gite… bisognava dimostrare di fare, fare, fare.

Una cosa più tranquilla, no? Che ne so, ascoltare musica, andare al bar a prendere un caffè, andare al centro commerciale. Se con quel bar fai rete, ti metti d’accordo su quando portarli per non ingolfare il loro lavoro, può succedere che proprio quel bar ti offra, il venerdì, il pesce fritto e il vino bianco. Questo ha molto più valore della dimostrazione pubblica del tuo “fare”.

Hai detto una cosa importante quando hai parlato di “fare”, capita spesso che oltre alla garanzia di protezione fisica ci sia un “fare da progetto” che diventa svuotato di contenuti. Non è l’esperienza in sé che conta, ma portare a casa un risultato. Credo che concepire ponti di relazione sia sicuramente una nuova strada che da meno “visibilità”. Puoi approfondire questo discorso?

Non so come spiegare, ma non deve essere un agire, un welfare del cliente. Se dei soldi vengono dati alla nostra comunità, non possiamo “chiuderci”, altrimenti rischiamo di diventare una macchinetta mangia soldi. Ogni euro dato non deve essere a somma zero, deve fruttare. È un po’ biblico, forse, ma così è. Le fonti non sono illimitate, se non fruttano, al decadere delle risorse vi sarà il decadimento della risposta, e nel nostro campo si determinerà il decadimento dei diritti. Non ci sono soldi? E allora il bambino resta in comunità piuttosto che andare alla scuola dell’infanzia.

Che vuol dire fruttare?

Un bambino che va a scuola “frutta”, in termini di relazioni e sistema. Un bambino che si iscrive in una società sportiva “frutta”, perché prende contatto con altri bambini che non appartengono alla comunità, sperimenta un quotidiano più sereno, si costruisce modelli positivi e fa confronti. La madre sente la crescita, acquista fiducia, diviene positiva e motivata a cercare un successo, cerca di trovare soluzioni, e non opposizioni. Una società

sportiva che ha saputo della nostra situazione ha fatto gratuitamente un’assicurazione, e ha messo a disposizione un volontario per accompagnare il bambino: ha preso una parte della responsabilità nel progetto relazionale del bambino. Gli euro delle nostre tasse attraverso quel bambino si trasformano in un benessere di un territorio dove vengono liberate le energie compresse della solidarietà, dell’autostima, del volere e potere migliorare quello che ci sta attorno.

Frutta alla società.

In modi sempre nuovi e differenti.

Gli euro di Luisa sono immediatamente reinvestiti: aver accettata lei sei anni fa ha significato organizzarci e crescere per far fronte anche a tutti i suoi aspetti sanitari. Questo ha aperto le porte ad altri bambini con problemi sanitari. Abbiamo una rete di infermieri, di volontari, non abbiamo più paura di fronte a situazioni di bambini con disabilità grave, abbiamo la disposizione a crescere e imparare. Così gli assistenti sociali sanno di avere, all’interno del sistema, una possibilità in più di fare bene il proprio lavoro. Questa possibilità, tecnicamente, ha portato anche risparmi per il sistema stesso; coordinarsi e cooperare significa trovare soluzioni. Anche i no e anche gli strappi possono essere assorbiti. Luisa che sembrava destinata all’Hospice ha trovato in noi una difesa dei suoi diritti: costava meno se inserita nell’organizzazione ospedaliera, noi l’abbiamo presa in incarico non parlando di soldi. Questi sono arrivati dopo, per mezzo di privati che hanno trovato in questa azione dignità e senso per il loro lavoro (a tutt’oggi Luisa è ancora viva a distanza di un anno dal suo ultimo mese diagnosticato). Alcuni costi sono stati pagati con il volontariato e la beneficenza, ma non mi sembra un delitto, bensì un una forma di dialogo.

La conoscenza della sua storia e della vita della comunità ha fatto sì che il ristorante che abbiamo vicino a noi, il sabato e la domenica, ci dia il cibo in eccesso, e quel giorno la comunità non cucina ma mangia come fosse al ristorante. Anche loro entrano a far parte di un circuito di buone pratiche, di relazioni tra buoni cittadini. Abbiamo delle mamme che sono uscite dalla comunità che ci vengono a dare una mano nelle pulizie, non è anche questa una forma di restituzione dell’investimento?

E’ un modo per evolvere un modello di pensiero di welfare diverso, che prende atto della complessità degli interventi e della realtà, ne vede la positività e le opportunità, non solo la complicazione.

Quando il direttore dell’Hospice ci ha detto che sarebbe rimasta con noi per il fine vita, e noi abbiamo detto che prima era necessario pensare a Luisa e poi a i soldi, le persone che sono state lì si sono fatte delle nuove domande.

Questo è un welfare che non accontenta il “cliente”, dove la protezione dei diritti non è merce o solo erogazione di denaro. È un atto educativo che vede la persona come protagonista del proprio rinnovamento positivo e la persona che sta bene migliora la società che le sta attorno.

Impossibile da quantificare…

A Padova esiste la Fondazione Zancan, che lavora in modo eccellente per prospettare una nuova idea di welfare. In un incontro pubblico ho chiesto esplicitamente al relatore: “Come mai lei evita accuratamente la parola Educativo?” e lui mi risponde: “E’ voluto, perché su questa cosa tutti possono dire tutto, mentre se quantifichi, avrete una situazione di valori che si possono confrontare”.

Loro parlano di welfare generativo. La parola mi piace molto. Invita per esempio a dare ad ogni ora di volontariato espressa 50 centesimi e farlo entrare nel bilancio. Alla fine chi lavora in rete e cerca questa generazione continua si trova a produrre capitali enormi. Ma soprattutto produce continuamente e attiva altri centri di generazione che si espandono continuamente. Noi siamo una cooperativa appartenente a un movimento educativo specifico (CEMEA), e quindi continuiamo a sostenere che per investire bisogna parlare di educazione: educo dei bambini affinché diventino dei cittadini, di fronte ai ragazzi che hanno povertà educativa, ai disabili, alle marginalità, bisogna parlare di Persone. Questo è un investimento che non si potrà quantificare subito, ma nella lunga durata lavora nella giusta dimensione della complessità, quella che il denaro vuole solo semplificare per poter gestire.

Credo che sia tutto connesso, se noi lavoriamo con le strutture pubbliche, in un certo senso, educhiamo anche loro ad avere a che fare con noi. Molti assistenti sociali che lavorano con noi, sviluppano un modo di pensare che li porta a vedere le potenzialità delle leggi, legate alle possibilità delle persone. Essi aiuteranno anche ad avere leggi migliori, di liberazione di energie, e non solo di controllo.

La situazione educativa non deve essere, però, una situazione di emergenza, questo deve essere chiaro. Se non ci fanno lavorare nell’emergenza, ma nella costruzione di un potenziale futuro, nel rapporto mamma/bambino, noi in quel momento cominciamo a investire, e alla fine ci accorgiamo che riusciamo anche a risparmiare le risorse presenti. Purtroppo molte strutture si sono fossilizzate nel welfare del cliente e del fare, si sono fermate al risultato quantificabile. Questo leva umanità e pregiudica termini di miglioramento.

Spero di non essere stato troppo polemico, sono a disposizione per eventuali approfondimenti o scambi di vedute. L’idea è che solo con azioni dotate di pensiero e senso, l’istituzione, qualsiasi essa sia, può essere un’occasione di crescita del singolo e della società che gli sta attorno. Altrimenti si opprime il singolo e si danneggia la struttura sociale, seminando scorie che prima o poi bloccheranno le azioni e i pensieri di senso che noi dei CEMEA chiamiamo educazione attiva.

 

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